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Calabria

Calabria, ghetto San Ferdinando sgomberato ma nuova tendopoli non basta

fonte: AGV - Agenzia Giornalistica il Velino
di NeC

Macerie da una parte, una distesa di tende blu dall’altra. E poi i fuochi dei bracieri di chi è rimasto nelle baracche ancora in piedi e non ha intenzione di andar via, perché non saprebbe dove. Corre lungo uno stradone mal asfaltato il paradosso del ghetto di San Ferdinando, buttato giù da una parte della carreggiata e che inizia a rinascere rapidamente dall’altro lato.

DAL GHETTO ALLA TENDOPOLI È lì che da tempo sorgono due “nuove” tendopoli. La prima, “ufficiale”, è stata messa in piedi come “soluzione temporanea” dalla Prefettura nell’agosto 2017, dopo l’ennesimo incendio nella baraccopoli. All’interno ci sono bagni e servizi che nel ghetto non sono mai esistiti, si entra e si esce a orario e solo previa identificazione e la sua gestione è affidata a cooperative, pagate direttamente dal ministero dell’Interno. La seconda, “ufficiosa”, è giusto accanto. Ma non sono che una trentina di tende blu ministeriale, piantate per ordine della Prefettura di Reggio Calabria tra gli sterpi, dopo uno degli innumerevoli incendi che hanno flagellato il ghetto e aumentate di numero rogo dopo rogo. Ripari d’emergenza divenuti strutturali e che adesso si apprestano a moltiplicarsi in modo esponenziale.

PIANI SALTATI Secondo i piani della Prefettura di Reggio Calabria, per dare un tetto a chi l’avesse perso insieme alla baracca in cui viveva nel vecchio ghetto, sarebbe bastato piantare qualche tenda in più nella tendopoli “ufficiale”. Per il resto, oltre 600 persone avrebbero dovuto trovare posto in Cas e Sprar di Calabria, Campania, Puglia e Basilicata. Ma al termine della prima giornata di sgombero e a benne ferme, i conti non tornano. Sebbene molti dei braccianti nei giorni scorsi abbiano lasciato il ghetto di San Ferdinando per dirigersi altrove, le soluzioni previste per chi viveva nelle baracche non sono sufficienti.

NUOVE TENDE IN ARRIVO La lunga fila di autobus che, secondo piani, avrebbero dovuto accompagnare gli aventi diritto nelle strutture di prima e seconda accoglienza sono rimasti vuoti. A partire, non sono stati più di una settantina di braccianti. Altri 270 circa sono stati ospitati nella “nuova tendopoli”, saturata di tende fin quasi a scoppiare. Ma più di 200 – ed è dato ufficiale – sono rimasti fuori e dormiranno nelle baracche del ghetto rimaste in piedi. Quanto meno per stanotte. Quando tutto il campo verrà buttato giù, si vedrà. Ma in Prefettura sanno di avere un problema e per questo si fanno riunioni su riunioni. L’ipotesi più accreditata è che la tendopoli “ufficiosa” si allarghi ancora. «Solo per eventualità» si lascia strappare il prefetto Michele di Bari, ma per chi lavora sul campo è una certezza. Perché fuori dagli elenchi sono rimasti in tanti, in troppi.

I FANTASMI DEL GHETTO Fra loro c’è chi potrebbe trovare posto in un Cas o uno Sprar ma non può o non vuole perché attende il pagamento di giornate o settimane già lavorate, di rinnovare i documenti o semplicemente chi non vuole allontanarsi troppo dalla Piana di Gioia Tauro e dalla possibilità di lavorare alla raccolta degli agrumi che volge al termine o a quella delle cipolle che sta per iniziare. Le stesse motivazioni che hanno riportato al ghetto chi nelle scorse settimane aveva accettato il trasferimento nelle strutture di prima e seconda accoglienza e ha deciso di tornare. “Sono almeno un centinaio di persone” spiegano i delegati del sindacato Usb che vivevano nel ghetto. E ufficialmente sono fantasmi, assenti dagli elenchi di chi ha pianificato lo sgombero. Fantasmi sono anche i titolari di permessi di lavoro, non contemplati nei censimenti e rimasti senza un tetto. Fantasmi erano molti dei braccianti, irregolari perché costretti a lavorare a nero, e questa mattina all’alba hanno deciso di partire. Fra loro c’erano anche un paio di famiglie che, con i neonati sulla schiena e i bagagli in mano, si sono dirette tristemente verso Rosarno mentre le ruspe entravano in azione.

SGOMBERO SENZA TENSIONI Tutto è avvenuto senza incidenti o problemi. Sul campo c’erano 900 uomini schierati, molti in assetto antisommossa, ma mai hanno avuto occasione o motivo di tirare giù i caschi. Nessuno ha mai messo mano ai manganelli. Non ce n’è mai stato bisogno. Lo sgombero era stato ampiamente preannunciato dagli uomini del commissariato di Gioia Tauro, che da 15 giorni sono presenti in forze in tendopoli, e non c’è stata resistenza. La maggior parte dei braccianti rimasta senza un tetto si è limitata ad attendere di capire come trascorrere la notte tra le baracche rimaste in piedi o sul ciglio dello stradone, cercando riparo dal sole a picco nelle poche zone all’ombra.

DEMOLITO IL 40% DELLA BARACCOPOLI Sotto i colpi delle benne è crollato circa il 40% del ghetto. Baracche di lamiera costruite sugli stracci rimasti delle prime tende ministeriali messe su dopo la cosiddetta “rivolta di Rosarno” del 2010. Erano case, piccoli spacci, macellerie, luoghi di preghiera. Prima che la ruspa entrasse in azione, da una delle tre chiese del campo è stata portata via la grande croce di ferro che si alzava sull’altare. Un gruppo di braccianti l’ha consegnata a don Robero Meduri, parroco di Rosarno e per tutti al campo “papà Africa”, che l’ha “accolta” nella sua parrocchia. Lo stesso luogo in cui stasera le ceneri del campo bruceranno insieme a quelle delle palme durante la funzione per il mercoledì delle ceneri.

CROCI E TAPPETI “È solo un piccolo gesto, ma mi sembrava doveroso. L’esodo che stanno vivendo questi ragazzi, sfruttati nei campi e adesso mandati via così, senza soluzioni o prospettive da quella che chiamavano casa non è diverso da quello del popolo biblico che fuggiva dal Faraone” dice don Roberto. “Ho provato a coinvolgere altri sacerdoti, ma non tutti hanno aderito all’iniziativa. Il vescovo non mi ha neanche risposto al telefono”. Anche i tappeti della moschea del ghetto sono stati arrotolati e donati all’imam della nuova tendopoli. “A lui possono servire, io al momento non so dove andrò” dice Karim Sognè, bracciante e imam del ghetto, “Sono in Italia dal ’92 – dice – e nel corso degli anni la situazione è peggiorata”. Anche lui, alla fine, ha deciso di partire. “Forse andrò a Foggia, forse altrove. Ma se non trovo nulla di stabile – aggiunge – per la nuova stagione tornerò qui”. Come molti dei braccianti che sono andati via, del resto.

PROBLEMA DI DIRITTI DEI LAVORATORI, NON DI MIGRAZIONI Proprio questo – tuonano dall’Usb – è il nodo centrale della questione, che si continua ad eludere. “Quello a cui stiamo assistendo è uno straordinario passo indietro, che riporta a otto anni fa, dopo la rivolta di Rosarno – dice Patrik Konde della segreteria nazionale Usb -. Anche allora sono state costruite delle tende, che negli anni sono diventate un ghetto. L’unica soluzione è garantire contratti regolari e integrazione abitativa a questi braccianti. Questa non è una questione di migrazione, ma di diritti del lavoro”.