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Calabria

Reggio Calabria, imprenditore sequestrato per non aver pagato 50 euro ad ex dipendente

fonte: AGV - Agenzia Giornalistica il Velino
di NeC

Cinquanta euro di paga arretrate che diventano pretesto per un’estorsione, comunicata a mezzo sequestro. Nella capitale della ‘ndrangheta anche i problemi con il datore di lavoro si risolvono tramite i clan. O almeno così deve aver pensato di fare un ex pizzaiolo, che per rivendicare una giornata di paga arretrata non ha bussato all’ispettorato del lavoro o alla porta di un avvocato, ma alla ‘ndrangheta. È stato questo il pretesto che ha portato al sequestro di un imprenditore reggino, compagno della titolare di una pizzeria della città.

Attorno alle 20, incuranti della presenza di due bambini, dipendenti e avventori, tre uomini – Francesco Belfiore, Massimiliano Polimeni e Bruno Scaramuzzino – lo hanno trascinato via e caricato in auto. Nonostante l’uomo li supplicasse di permettergli di allontanare i bambini perché non assistessero alla scena, lo hanno strattonato e portato via.

Terrorizzato durante il tragitto con minacce gravi e strattoni, l’uomo è stato portato ‘al cospetto’ del suo ex dipendente Giuseppe Surace, che per l’occasione aveva chiesto anche al fratello, al padre e allo zio di essere presenti. Un modo – spiegano gli investigatori – per dimostrare ‘l’efficienza’ del clan, in grado di obbligare l’uomo a pagare, con le buone o le cattive. Sebbene il debito fosse di soli 50 euro, dall’uomo i Surace ne pretendevano 500. E subito. Per questo, con minacce e intimidazioni, è stato riaccompagnato in pizzeria, dove aveva dimenticato il portafoglio.

“Questo episodio – commenta il capo della Squadra mobile, Francesco Rattà – è sintomatico di una mentalità sbagliata e deviante: per un torto subito non ci si rivolge alle istituzioni o a un avvocato, ma a chi viene considerato il capo di zona”.

Così si definiva Belfiore, che per intimidire l’uomo, durante il tragitto in auto, non ha mai smesso di ripetergli: “Io sono il capo di San Cristoforo, o paghi o ti sparo in testa”. Lo hanno scoperto gli investigatori, ma solo a distanza di tempo dal sequestro. Quando l’imprenditore, scortato da Belfiore e i suoi sgherri è tornato ed ha trovato in pizzeria gli agenti delle Volanti e della Mobile, avvertiti dalla compagna, non ha proferito parola. Anzi, ha cercato in ogni modo di nascondere di essere stato costretto a salire sull’auto e portato via.

Solo diversi giorni dopo si è presentato in Questura per “raccontare come sono andate davvero le cose”, ha detto sotto interrogatorio. Ancora spaventato ha raccontato delle minacce subite, di come Belfiore lo abbia terrorizzato guidando a forte velocità e promettendogli più volte la morte se non avesse saldato il debito, o se lo avesse denunciato. Ma messo di fronte ad una ricostruzione precisa, che gli agenti della Mobile hanno sviluppato in pochi giorni, l’imprenditore ha finito per convincersi a collaborare. Del resto, la sua versione dei fatti cozzava con quella della compagna, che non ha esitato un momento a rivolgersi alla Polizia, denunciando il sequestro.

“Nel momento in cui veniamo messi in condizione di lavorare le risposte arrivano – dice il procuratore capo Giovanni Bombardieri – non pretendiamo certo che nelle denunce ci vengano indicati nomi, cognomi e indirizzi dei responsabili di qualche azione criminale, ma almeno elementi utili alle indagini. Invece in questa città molto spesso ci si limita al mero fatto storico, perché l’evidenza di un danneggiamento, soprattutto se grave, non si può tacere e la risposta è inevitabilmente più lenta. Ci arriviamo lo stesso, ma ci vuole più tempo”. Un appello alla collaborazione che non sembra casuale alla luce dell’escalation di intimidazioni e danneggiamenti che si stanno verificando in città e nell’hinterland. Ma su cui spesso inquirenti e investigatori sono costretti a indagare al buio.