Did you know we have an international section? Click here to read our news in your english!
X

Accedi

Calabria

Agguato a Seminara (Rc), Bombardieri: “Killer non si è fermato neppure davanti a bimbo”

fonte: AGV - Agenzia Giornalistica il Velino
di NeC

Fino all’omicidio di Fabio Giuseppe Gioffrè, nessuno probabilmente avrebbe ritenuto Domenico Fioramonti capace di imbracciare un fucile per uccidere un uomo, senza fermarsi neanche di fronte a un bambino. Ma inquirenti e investigatori ne sono certi, è lui ad aver ucciso il ‘mediatore’ Gioffrè, incaricato di trattare con i clan di Seminara perché cessassero le esose pretese estorsive e punito perché ritenuto inefficace e inaffidabile. Del resto, il 41enne Fioramonti non era un imprenditore vittima dei clan. Originario di Rosarno ma insieme alla famiglia proprietario di un fondo e di un frantoio a Seminara, Fioramonti è considerato vicino al clan Grasso, pianeta della galassia dei potentissimi Bellocco. È cosa loro. E sono gli stessi Grasso ad affermarlo senza tema di smentita, intercettati in ambientale quando il padre di Fioramonti va a chiedere supporto contro le pretese estorsive dei clan di Seminara.

“Non stiamo parlando del classico imprenditore vittima dei clan, magari portata allo stremo – chiarisce subito il procuratore capo Giovanni Bombardieri –. Nessuna delle intimidazioni che i Fioramonti hanno subito è mai stata denunciata, dalle conversazioni registrate in ambientale abbiamo capito che in caso di problemi lui e la sua famiglia si sono sempre rivolti ai clan di Rosarno per avere assistenza e protezione. E lo hanno fatto anche per le estorsioni che hanno preceduto l’omicidio di Gioffrè”.

Al frantoio, si presentavano regolarmente sia i Santaiti, sia i Laganà con asfissianti richieste estorsive. Per questo, stamattina le manette sono scattate anche per storico boss di Seminara, Rocco Saverio Santaiti, e una delle giovani rampanti leve, Giuseppe Domenico Comandè Laganà, entrambi accusati di estorsione e di porto e detenzione di armi.

Una pressione continua, di cui i Fioramonti avevano parlato ai Grasso, che si erano subito schierati a difesa dei ‘loro’ imprenditori. Nonostante regole e equilibri ormai consolidati, pretendevano che fosse concesso loro di pagare solo ‘un fiore’, un contributo periodico volontario. È in questo contesto che si inserisce l’intervento di Gioffrè. Per sangue espressione dei clan di Seminara – era il figlio di ‘Cecè u Ndolu’, uomo di vertice dell’omonimo clan – ma in grado di relazionarsi con le famiglie della Piana, era stato lui ad essere identificato come mediatore fra i Grasso, che sostenevano le ragioni dei Fioramonti, e i Santaiti e Lugarà.

Una trattativa complicata, hanno scoperto gli investigatori ascoltando conversazioni telefoniche e ambientali. Di rinunciare a ingressi che presumevano ‘dovuti’, i clan di Seminara non ne volevano sapere. Soprattutto i Santaiti, che si sono persino rifiutati di discutere della questione con i clan rosarnesi. Dall’altra parte invece, i Grasso non solo stavano valutando di coinvolgere persino i Bellocco nella disputa, ma non facevano che buttare benzina sul fuoco della rabbia dei Fioramonti, istigandoli a rispondere anche con il sangue ad eventuali ulteriori richieste estorsive. Poi è arrivata l’operazione Ares a scompaginare gli equilibri. Capi, luogotenenti e gregari dei Grasso sono finiti dietro le sbarre. E i Fioramonti hanno deciso di chiudere nel sangue l’inconcludente trattativa sulle estorsioni. Magari perché si sentivano meno protetti e tutelati, magari perché si sono sentiti ingannati e hanno deciso di dare una dimostrazione di forza.

A luglio la situazione è precipitata. I serrati contatti che per mesi sono stati registrati fra Domenico Fioramonti e Gioffrè, l’11 luglio improvvisamente si interrompono. Riprendono solo verso la fine del mese, il giorno dell’omicidio del mediatore. Ascoltando le loro conversazioni, gli investigatori avevano capito che nei confronti dell’uomo si stava sviluppando un’esponenziale insofferenza.

Poi il 29 luglio c’è un incontro fra lui e Domenico Fioramonti. Ma si trasforma in una lite, violenta. Qualche ora dopo – hanno ricostruito i carabinieri – l’imprenditore si è presentato nel podere di Gioffrè, insieme a qualcuno che ancora si cerca, ed ha sparato. Non gli è importato nulla della presenza di un bambino di soli dieci anni. Sapeva che era con Gioffrè, ma non ha esitato a portare comunque a termine l’agguato, lasciando il piccolo a terra, ferito gravemente da una scarica di pallini che solo per casualità non l’hanno raggiunto al cuore.

“Il bambino non era un obiettivo, ma di certo non si sono fatti alcuno scrupolo”, sottolinea Bombardieri. “Uno dei killer gli ha detto di allontanarsi prima di iniziare a sparare, ma questa sembra essere stata la loro unica preoccupazione”. Solo dopo diverso tempo, il bambino è riuscito a superare lo shock e a parlare di quanto successo quel giorno. Un contributo tanto fondamentale quanto raro, che ha reso necessario mettere lui e la sua famiglia sotto protezione, uniche vittime di una storia di opposti carnefici.

Notizie correlate