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Calabria

‘Ndrangheta, agguato amanti; procuratore: “Tolto gruppo criminale pericoloso”

'Ndrangheta, agguato amanti; procuratore: “Tolto gruppo criminale pericoloso”
fonte: AGV - Agenzia Giornalistica il Velino
di NeC

“Abbiamo tolto da Gallico, da Reggio un gruppo estremamente pericoloso con a disposizione armi che solo in parte sono state rintracciate, pronto ad uccidere ancora”. Il procuratore capo Giovanni Bombardieri è chiaro. A Gallico operava un nucleo armato, feroce e con un progetto preciso, approfittare del vuoto di potere creato da arresti e condanne e prendersi la zona. Anche sparando per eliminare fisicamente la concorrenza. “La principale preoccupazione della Dda era evitare che si mettessero a rischio altre vite umane”. Fortunata Fortugno la sua l’ha persa solo per aver deciso di passare qualche ora con il suo amante, Demetrio Lo Giudice, Mimmo ‘u boi’ negli ambienti di ‘ndrangheta in cui per gli investigatori orbita. Perché Paolo Chindemi ha approfittato proprio di quel momento di intimità strappato alla routine di coniugi e affetti per colpire. “Se non c’era lei, lo pizziavo” dice intercettato dagli investigatori allo zio Mario, che gli consiglia “toglitela quella pistola che hai sparato”.

Una delle tante conversazioni che hanno confermato agli investigatori non solo l’identità dell’assassino di Fortunata, ma anche l’esistenza di un emergente e pericolosissimo gruppo mafioso, pronto a prendersi Gallico con la forza. Con questa accusa sono stati fermati oggi Paolo Chindemi, suo zio Mario Chindemi, 50 anni, Santo Pellegrino, 32 anni e Ettore Corrado Bilardi detto “Pietro”, 66 anni. “In pochi mesi – spiega il dirigente della Mobile, Francesco Rattà – questo gruppo si è reso responsabile di danneggiamenti, attentati, porto di armi e di fucili”. E Paolo Chindemi anche di un omicidio e tentato omicidio. È stato lui – ne sono certi gli investigatori – a tendere l’agguato in cui ha perso la vita Fortunata Fortugno. “Quella sera ci siamo trovati al buio. Non avevamo indizi, elementi da valorizzare. Non c’erano neanche i bossoli perché era stato usato un revolver” spiega il dirigente della Mobile, Francesco Rattà. “Fin dal principio, le piste sono sempre state due, perché due erano i soggetti bersaglio del killer. Si è sempre privilegiata la pista della ‘ndrangheta in ragione della caratura criminale di ‘U boi’, ma non potevamo escludere del tutto la pista sentimentale”. Gli indizi raccolti nel corso delle indagini hanno avuto direzione univoca.

Dall’analisi di ore e ore di filmati di oltre settanta telecamere – dice il dirigente della Mobile – “è stata individuata un’auto che è passata 50 minuti dopo quella delle vittime. Ha fatto due sopralluoghi e si è allontanata, poi è tornata sul posto dalla strada in direzione contraria. Dall’auto è uscito un uomo, che si è avvicinato all’auto e poi si è allontanato di gran carriera”. Quell’auto – hanno scoperto gli investigatori – era la Audi A3 Sportback di Chindemi. E le conversazioni del giovane, ascoltato da ambientali collocate nei luoghi più impensati, hanno solo confermato che è stato lui a sparare la sera del 16 marzo. “Abbiamo ascoltato particolari che coincidono perfettamente con quanto raccontato da Lo Giudice e che non erano stati resi pubblici” dice Rattà. “Non si può morire così, a 40 anni – commenta il questore Raffaele Grassi– Con questo omicidio la ‘ndrangheta ha mostrato la propria faccia più turpe”. Il movente? Meno di un mese prima il padre di Chindemi è stato ucciso in un agguato. I killer lo hanno atteso sotto casa e quando è fuggito lo hanno persino inseguito pur di ‘portare a termine il lavoro’. “È indubbio che ci sia una correlazione temporale fra i due eventi. Ci muoviamo in un contesto di ‘ndrangheta e possiamo dire – afferma sibillino il questore – che c’è un’epurazione in corso e su cui stiamo lavorando”.

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