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Roma, dal 14 al 16 giugno al Teatro Argentina “Il Capitale”

Uno dei capolavori filosofici e teorici di Karl Marx, adattato e diretto da Marco Lucchesi
fonte: AGV - Agenzia Giornalistica il Velino
di Redazione

A duecento anni dalla nascita del filosofo Karl Marx, sul palcoscenico del Teatro Argentina, dal 14 al 16 giugno, va in scena Il CAPITALE DI KARL MARX (Quasi un vangelo apocrifo), opera emblematica del suo pensiero e delle sue teorie che diventano una pièce coraggiosa e importante, strumenti potenti per una drammaturgia delle idee. Lo spettacolo, diretto e ideato da Marco Lucchesi, si presenta come un cenacolo interdisciplinare per 25 giovani artisti, tra attrici, attori, drammaturghi, compositori, storici e critici, a dar vita ad una riflessione scenica e filosofica di un’opera del passato, di alta letteratura del 900, che trova una forte attualità nella dimensione contemporanea e futura.

Una produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale, in collaborazione con il Conservatorio di Santa Cecilia, l’Istituto dell’Enciclopedia Treccani, il Progetto Speciale MiBACT, il Liceo Artistico Via di Ripetta, frutto di oltre un anno di laboratori e letture condotte da Marco Lucchesi, il quale intesse una drammaturgia dei concetti articolata, attraverso l’incarnazione attoriale di tesi contro tesi, antitesi e riflessioni contenute ne Il Capitale di Karl Marx.

L’alto ed il basso delle riflessioni marxiane, pagine di pura letteratura alternate a racconti di strada, che si rincorrono schizofrenici nell’opera monumentale, si trasformano in dialoghi recitati, brevi monologhi, citazioni o azioni sceniche, su e giù per una simbolica scalinata che occupa inesorabilmente tutto il palco del teatro, offrendo agli attori numerosi palcoscenici a diversi livelli di altezza. Luoghi ascensionali o sprofondanti nella scala sociale, mistica, filosofica, umana. Una lettura lucida e coerente della società, che va aldilà di qualsiasi confessione politica, e con rigore quasi scientifico offre riflessioni sul lavoro, sul denaro, sull’economia, sulla ricchezza e sulle relazioni umane.

“Ora che non è stata proposta una nuova simbolizzazione, ma unicamente una violenta costrizione reale ordinata dall’economia, ne risulta una crisi storica, estetica, artistica, anche, dei segni e dei simboli, entro cui la gioventù, e non solo, patisce il proprio disorientamento. Può il teatro affrontare questa riflessione? Penso che debba, consapevole della propria parzialità, della propria necessità, della propria umanità – annota Marco Lucchesi – Da sempre, ma ancor più, in un momento esplosivo/implosivo di questo nostro lavoro, la formazione qualitativa, umanistica e strutturale di nuove attrici e attori, coscienti e consapevoli delle proprie attitudini, è un processo fondamentale per la costruzione di future opportunità di lavoro. L’esperienza laboratoriale curata per il Teatro di Roma (un lungo lavoro su Edoardo Sanguineti gennaio/luglio 2017), con gli allievi della Scuola di Specializzazione di questo Teatro Nazionale, l’attenzione al costante percorso formativo, e non solo performativo, delle attrici e degli attori e all’emancipazione dei propri strumenti di lettura e pratica critica delle opere, mi ha indotto a proporre questo progetto laboratoriale di pedagogia artistica volto all’osservazione di quelli che sono i tratti fondamentali dell’esperienza teatrale, da un esame della drammaturgia, della partecipazione, delle competenze, dei rapporti tra attore, drammaturgia e spazio e, naturalmente, del rapporto col pubblico”.

Quasi un vero e proprio Vangelo apocrifo che si avvia ad entrare nel patrimonio dell’umanità, senza ormai paternità politiche o confessionali, ma come testimonianza pop della rivoluzionaria attitudine umana al pensiero. La musica sostiene avvincenti dialoghi sul plusvalore e il profitto, a configurare uno spettacolo che alterna l’opera alla prosa, il canto al poema, la Canzone di giacca napoletana a Bob Dylan a Luis Bacalov con le note di Estaba la madre, opera gravida del dolore della tragedia argentina, in grado di accogliere un nuovo testo con altri dolori di altre tragedie. La “bibbia marxiana” è simbolicamente interpretata da un’attrice, coadiuvata in scena da altri attori della Scuola di Perfezionamento del Teatro di Roma e da quindici cantanti del Conservatorio di Santa Cecilia. Il Capitale, il cui primo volume fu pubblicato 150 anni fa a sola firma di Marx, diventa una pièce teatrale che rispolvera un caposaldo della letteratura e del pensiero del Novecento per trasmettere una bellissima testimonianza di modernità.

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