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Cultura

Rai, Sergio Castellitto “rivela” la grande lezione di Aldo Moro

Nel quarantesimo anniversario di via Caetani, l’8 maggio va in onda la docufiction “Aldo Moro. Il professore”
fonte: AGV - Agenzia Giornalistica il Velino
di Ornella Petrucci

“In tempi di divisioni ed editti, della sua visione si sente l’assenza, la mancanza e la lontananza”, così il direttore generale della Rai Mario Orfeo introducendo l’anteprima di “Aldo Moro-Il Professore” nell’Aula Magna dell’Università La Sapienza di Roma. Docufiction con protagonista Sergio Castellitto, che mette in evidenza come in questo lavoro le parti documentarie e quelle di fiction s’invertano di ruolo, come se alle prime spettasse qui il compito divulgativo e alle seconde quello della emotività. Come ci ha insegnato la docufiction su Libero Grassi e poi quella su Paolo Borsellino, il procedere del regista Francesco Micciché (coadiuvato da Giovanni Filippetto e Giannandrea Pecorelli, rispettivamente coordinatore editoriale e produttore) è un misto di ricostruzione con attori, di interviste e di filmati della cronaca del tempo. Il film prende le mosse dal libro “Aldo Moro. Il Professore” del giornalista del Tg1 Giorgio Balzoni, emozionato in conferenza stampa e nella docufiction. Ha avuto il privilegio di essere tra gli allievi di Aldo Moro e, citando il libro “Il Puzzle Moro” di Giovanni Fasanella, s’interroga oggi sulle Brigate Rosse come braccio armato inconsapevole di un potere che resta nascosto.

A quarant’anni dal rapimento di Moro e dall’uccisione della sua scorta – 16 marzo 1978 – e dal ritrovamento del corpo del leader democristiano in via Caetani il 9 maggio 1978, Rai1 manderà in onda martedì 8 maggio in prima serata (“Quando c’è qualcosa di civile ed importante Rai1 c’è sempre”, ha sottolineato Angelo Teodoli, direttore della rete) un lavoro che ricostruisce la vocazione d’insegnare ai giovani di Moro, dai primi passi come professore universitario a Bari, intrecciando la sua vita al mondo della politica fin dai tempi della Costituente. La sua mano si ha soprattutto sui primi tre articoli della Costituzione, ed a lui si deve quell’Italia è una Repubblica democratica “fondata sul lavoro” (altrimenti si sarebbe detta “di lavoratori”). Ma è la figura di “professore” che emerge con l’amore e la devozione di chi lo ha visto in cattedra (mentre un mai distaccato Oreste Leonardi vigilava sulla sua sicurezza). “Un aspetto meno conosciuto, ma non meno importante di Moro”, ha detto Orfeo nel giorno in cui la Rai ha aperto molte delle sue sedi a tantissimi studenti, da Aosta a Palermo, per mostrare la figura dello statista che i suoi allievi ricordano come “un educatore vero”.

In scena i suoi allievi sono Valentina Romani, Andrea Arcangeli, Sara Cardinaletti e Filippo Tirabassi, ma i fatti di cui sono protagonisti sono realmente accaduti e coinvolgono tanti, da Balzoni a Fiammetta Rossi, le cui testimonianze raccolte nella docufiction sono ardenti, un magma che entra prepotente nell’anima a risvegliare la grande lezione di Moro. L’uomo di diritto rendeva vivi i libri portando gli studenti a visitare le carceri e i manicomi giudiziari parlando di pene rieducative. Per Moro, l’ergastolo era una condanna definitiva che non si doveva accettare. La sua lezione umana poi era lungimirante: lui si poneva sempre in ascolto, ascoltava tutti. Presidente del Consiglio, ministro degli Esteri, intelletto della Democrazia Cristiana, fu condannato dalle Brigate Rosse, eppure le sue ultime parole sono state “luce” e “bellissimo”, come ha ricordato Sergio Castellitto che ha interpretato l’anima di Moro con quel suo speciale modo di recitare che rifiuta la mimetica, qualità giustamente evidenziata da Tinni Andreatta, direttore di Rai Fiction. In quelle ultime ore Moro sapeva che era stato alzato un muro attorno a lui dal potere politico e da quello religioso in egual misura, perché papa Paolo VI si appellò alle Brigate Rosse chiedendo di liberarlo “senza condizioni”. A dispetto di quello che Aldo Moro aveva insegnato, cioè che prima di tutto veniva sempre l’uomo.

Castellitto, che ha sottolineato la mitezza di Moro con cui si è confrontato, e che ha raccontato che il figlio di 11 anni vedendo la foto in cui il padre era ritratto nella prigione delle Brigate Rosse gli ha chiesto se quello che stesse girando non fosse un film di guerra, si è soffermato sui tre sguardi in macchina (due durante la prigionia e uno in Aula) presenti nella docufiction: “Guardo perché tu dica qualcosa”. La verità è che un Moro manca oggi a questa Italia. Ed “il crimine è aver perso almeno 20 anni del suo pensiero”, ha osservato Castellitto. Un pensiero di cui oggi l’Italia è priva. Con delicatezza nella docufiction si ricorda come lui dicesse sempre “Io penso” e mai “io credo”. Ha ragione Balzoni quando afferma che non c’è una Prima e una Seconda Repubblica, ma nel nostro Paese c’è “un prima e un dopo Aldo Moro”. E questo film come ha detto Castellitto più che raccontarlo “lo rivela”.

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