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Politica, Un Mancini è di troppo

Servizi segreti fuori controllo tra rinnovi e sconvolgimenti politici, riparte il dossieraggio contro gli uomini di Pollari

Parla il maggiore Scafarto e ne ha per tutti: da Pignatone a Manenti... passando per il "Giglio magico"
fonte: AGV - Agenzia Giornalistica il Velino
di Paolo Pollichieni

L’instabilità del quadro politico, con l’assenza di un governo espressione dei nuovi assetti e la precarietà di quello attuale, pare proprio abbiano creato le condizioni per una ripresa dei mai sopiti conflitti in seno ai servizi di sicurezza italiani ed in particolare dentro e attorno a Forte Braschi, sede dell’Aise.

E, come solitamente accade, quando lo scontro cresce di livello, il terreno preferito è quello giudiziario, come testimonia in questi giorni la ripresa di mai concluse indagini sulla lotta per il controllo dei Servizi segreti e le dichiarazioni. Le indagini delle procure di Milano (Affare Eni con contorno di depistaggi); Napoli (Vicenda Consip-Romeo con contorno di violazioni del segreto istruttorio); Messina (Corruzione del pm Longo per ostacolare le indagini ambrosiane su De Scalzi e Scaroni). Fino alle recenti dichiarazioni rese da “testimoni eccellenti” (e già anticipate su alcuni organi d’informazione), che mirano a spiegare le commistioni tra l’effimero potere del “Giglio magico”, pezzi della magistratura politicizzata e vertici dei servizi interessati più alla impunità dei big che non alla sicurezza della nazione.

Scusate ma ora parlo io

E iniziamo proprio dalle “confessioni” di qualche ingombrante protagonista, come il maggiore dei carabinieri Gianpaolo Scafarto, ex braccio destro del colonnello Di Caprio, alias “Ultimo”, e investigatore fidatissimo del pm partenopeo Woodcock, finito nei guai per avere sbagliato una delicata trascrizione delle intercettazioni riguardanti i rapporti tra l’imprenditore Romeo, il suo consigliori politico Italo Bocchino, e il faccendiere di casa Renzi Carlo Russo.

Nelle ultime settimane, il maggiore Scafarto, ha ripreso il suo dinamismo: incontrato parlamentari dei 5stelle che si occupano dei servizi segreti, cambiato difensore di fiducia (“Il precedente mi convinse ad avvalermi della facoltà di non rispondere in sede di interrogatorio davanti al Gip, e fu un errore….”); prodotto una memoria difensiva nella quale attacca il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, insinuando una linea morbida in favore del “Giglio magico”. Ma soprattutto riapre il caso “Marco Mancini”. Il nervo scoperto dell’Aise e dei nostri servizi di sicurezza, l’uomo che spacca in due il sistema politico, l’agente i cui silenzi (nonostante un anno di durissimo isolamento in carcere) lo trasformano in un mito per gli “operativi” e in un tormentone per chi ha ragione di temere tali silenzi.

Mancini, Calipari, Pollari

Marco Mancini ha firmato operazioni delicatissime all’estero. Era, insieme a Nicola Calipari, l’uomo sul quale l’ex capo dell’allora Sismi, Nicolò Pollari, puntava per le operazioni più delicate. Finì nei guai per avere collaborato con gli americani nelle indagini su Abu Omar. Accusato del suo rapimento, venne arrestato dai magistrati milanesi. Ne uscirà con sentenza della Corte Costituzionale (caso unico nella storia repubblicana) che riconosce la correttezza del suo operato in uno con la fondatezza del suo diniego a collaborare con i magistrati inquirenti, dopo che tre presidenti del consiglio di tre diversi orientamenti politici avevano posto il “segreto di stato” sull’operazione condotta da agenti della Cia in quel di Milano.

Minacce di morte targate Aise

E proprio qualche giorno prima della sentenza della Corte Costituzionale, a Marco Mancini arrivano minacce di morte, estese anche alla sua famiglia. Sono minacce che inquietano perché recapitate a due uffici occupati da Mancini ma rigidamente sotto copertura e per questo noti solo a pochi uomini all’interno dell’Aise. Ai magistrati che lo interrogano, il vicedirettore dell’Aise, Scarpis, che pure non è in buoni rapporti con Mancini, detta a verbale: “Secondo me, pur non avendo alcun elemento concreto di riscontro, le minacce possono provenire solo dall’interno dell’Agenzia”.

Una dichiarazione gravissima ma che non pare abbia turbato più di tanto i vertici politici del nostro Paese. Le minacce producono come effetto l’invio di Mancini a Vienna, sede delicata per chi si occupa di intelligence. Rientra in Italia nel 2016 e tornano i mal di pancia, soprattutto in seno all’Aise, dove non manca chi si inquieta per il ritorno in pista di Marco Mancini che tuttavia viene tenuto lontano dalla prima linea. Il “principe degli operativi”, finisce dietro una scrivania al Dis, organo che si occupa del coordinamento tra i servizi esterni (Aise) e quelli interni (Aisi). Ma il direttore del Dis, Alessandro Pansa, gioca un brutto tiro agli antagonisti di Mancini perché gli affida la sezione più delicata, quella che fa le pulci a come vengono usati i fondi segreti per le operazioni più delicate. Se si pensa che tra queste c’è anche la blindatura delle case degli “obiettivi sensibili”, spesa che spesso maschera benefit eccellenti per le autorità politiche, si ha chiaro il potere di controllo che un “cane sciolto” come Mancini può esercitare.

Dopo le minacce i dossier

Non bastasse, ecco che nei mesi scorsi, quando ormai il tramonto del potere fiorentino è chiaro a tutti, a Marco Mancini viene affidata anche la gestione degli appalti relativi alla cyber security, uno scherzetto da quasi 150milioni di euro. Non vi è, in proposito, chi non ricordi lo scontro feroce ingaggiato dal “giglio magico”, quando Renzi voleva portarsi a palazzo Chigi il fidatissimo Marco Carrai per affidargli proprio la cyber security. Gli si oppose che era materia delegata al consigliere militare di Palazzo Chigi, sede vacante. Renzi la lasciò vacante… ma intanto “il Velino” aveva spifferato tutto e l’operazione Carrai finiva tra i sogni abortiti all’alba. In compenso iniziavano i guai, sotto forma di vessazioni del dipartimento editoria del Consiglio dei ministri, per “Il Velino” e i suoi direttori.

È in questo contesto che il maggiore Scafarto oggi sembrerebbe collocare il tentativo, da parte dei vertici dell’Aise, di incastrare Marco Mancini utilizzando un segmento dell’indagine condotta sugli appalti della Consip, truccati in favore di Romeo. Qui occorre aprire una parentesi. È quella relativa al repentino passaggio del colonnello Di Caprio e di 20 suoi “fidatissimi” uomini dalle fila della Benemerita a quelle dell’Aise. Si badi bene, non dell’Aisi, che si occupa della sicurezza interna ed è diretto dal generale Parente, ex comandante del Ros dei carabinieri, ma dei servizi esterni diretti da Alberto Manenti, dove Di Caprio e i suoi non vantano alcuna esperienza. E infatti pronto per Di Caprio c’è il delicatissimo ufficio che si occupa dell’antiproliferazione interna, vale a dire indaga sugli stessi servizi di sicurezza. Ed è in questo ufficio che Di Caprio riceve dal suo ex sottoposto un file dal nome quanto mai esplicito: “Mancini.docx”. Dentro ci sono alcuni incontri che Marco Mancini aveva avuto con Italo Bocchino e una serie di intercettazioni dei loro dialoghi. Nulla che riguardasse le indagini su Consip, visto che gli incontri si riducevano a un conviviale dove con Bocchino e Mancini c’erano anche diversi giornalisti e un ex direttore del Corriere della Sera.

Contrordine compagni

E tuttavia si è rischiato l’incidente diplomatico, quando Mancini ha assecondato la richiesta di alti agenti dell’intelligence americana che volevano gli venisse presentato l’onorevole Bocchino. Il loro “Suv” era seguito dai militari italiani che, sgamati, vennero anche bloccati e fatti oggetto di una protesta ufficiale.

Insomma alla fine il dossier Mancini avrebbe avuto un effetto boomerang. Forse proprio per questo (o anche per questo?) i vertici dell’Aise presero la decisione, in verità realizzata con mezzi ruvidi e spicci, di restituire all’Arma sia il colonnello Di Caprio che i suoi “fedelissimi”.

Ma perché una persona accorta come il maggiore Scafarto, si mette nei guai mandando un file su Marco Mancini e dando l’impressione che si lavorasse alla confezione di un dossier su un capo divisione dei Servizi già oggetto di minacce e sgambetti politici?



Nei giorni scorsi è stata la collega Annalisa Chirico a chiederlo, in una intervista, direttamente al maggiore Scafarto. Perché spedì quel file al suo ex superiore? “Non lo so. Glielo giuro -risponde l’ufficiale- non me lo ricordo. Forse devo averglieli consegnati brevi manu nei mesi precedenti, lui se li sarà persi, come spesso gli capitava, e io glieli avrò rimandati. Ma non c’è reato, esiste una consolidata giurisprudenza in merito”. Perché -insiste la collega Chirico- un file su Mancini? La risposta è a dir poco inquietante: “All’Aise De Caprio ricopriva un incarico strategico di controllo sull’operato dei militari. Quel file apre uno spaccato sulle modalità operative dei nostri agenti all’estero, si tratta di informazioni trasmesse de relato, per bocca di Bocchino. Non posso dire di più”.

(1-Continua)

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