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Cultura

Mostra, alla riscoperta dei reportage del fotografo Pino Settanni

A Roma - Teatro dei Dioscuri al Quirinale - fino al 28 maggio un viaggio sulla realtà del Sud del Mondo che urla di fiera estetica
fonte: ilVelino/AGV NEWS
di Redazione

Una mostra a Roma illumina un lato poco noto del fotografo Pino Settanni, scomparso sette anni fa. Popolare e amato dal pubblico e dall’attenzione critica soprattutto per la sua opera in studio: dagli splendidi ritratti dedicati al mondo del cinema e della cultura (un gioco ‘al nero’ e coloratissimo cui negli anni si sono prestati personaggi come Fellini, Mastroianni, Monicelli, Monica Vitti, Troisi, Robert Mitchum, Lina Wertmuller, Sergio Leone, Alberto Moravia, Enrico Baj e tanti altri) alle serie creative sui tarocchi e sui nudi. Un lavoro d’interni che lo ha spesso fatto considerare un fotografo d’arte sul crinale della pittura. Ora s’indaga un lato meno celebrato ma cruciale del suo lavoro: il reportage. La mostra “Pino Settanni. Viaggi nel quotidiano – Dal cinema alla realtà 1966-2005”, organizzata presso il Teatro dei Dioscuri al Quirinale dal 28 marzo al 28 maggio 2017 da Istituto Luce-Cinecittà, curata da Monique Settanni, Gabriele D’Autilia ed Enrico Menduni, è un percorso espositivo ricco di oltre 80 scatti, dal bianco e nero degli anni ’60 ai colori digitali del Duemila, che rivela un fotografo completo, organico e per certi versi inedito. Quelli di Viaggi nel quotidiano sono esterni sul mondo, foto di viaggio di un reporter libero ambientate in territori diversi, che per sintesi si possono definire “Sud del Mondo”. La mostra ne abbraccia tre: il Mezzogiorno d’Italia, i Balcani e l’Afghanistan. È un piccolo-grande atlante visivo di luoghi spesso visitati dal fotogiornalismo e dai media, ma che in Settanni vivono di un’originalità di sguardo e taglio eccezionale, che in un arco temporale di un cinquantennio, dal 1966 al 2005, le fanno attualissime. Tali da farci vedere dei set noti come se li visitassimo per la prima volta.

Seguendo l’ordine cronologico degli scatti, il percorso parte idealmente con la sezione “Sud 1966-1980”. Settanni è nato a Grottaglie, vicino Taranto, e nella città portuale, ancora ragazzo operaio all’Italsider iniziava i suoi scatti: negli anni è tornato a visitare e indagare i tanti meridioni del paese, impressi in un bianco e nero espressivo, reportage mai di denuncia, ma di fiera estetica, meglio su un’umanità fiera. Nell’obiettivo di Settanni l’umanità del Mezzogiorno non è quella di oggetti sociali, ma la più onesta delle sociologie: quella di un fratello. Uno sguardo che Settanni conserverà, ora a colori, quando su commissione dell’Esercito Italiano impegnato in missione di pace viaggerà ripetutamente nei Balcani, visitando Sarajevo, Mostar, il Kosovo, l’Albania. E anche in questi luoghi – nella sezione “Balcani 1998-2003” il reporter Settanni non fa denuncia, se non con l’attonita osservazione di un ponte distrutto, dei palazzi crivellati dai proiettili, dei paesaggi ammutoliti, simili a quelli del sud italiano degli anni ’60. Anche qui vige un senso paradossale, ma vivo, dell’estetica, della bellezza, che non si direbbe possa più esistere in quei luoghi di devastazione. A restituire dignità e umanità a paesaggi e persone. Nelle foto dalle zone di guerra Settanni incredibilmente prosegue il suo lavoro in studio: attraverso la posa, la composizione, il colore, restituisce umanità ai suoi soggetti. Fuori dal realismo e dall’inchiesta le sue foto cercano estetica e trovano la vita segreta dei soggetti: siano essi Fellini, una ragazza di Mostar, un’altalena vuota.

Un programma poetico che si corona nella sezione “Afghanistan 2002-2005” dove l’obiettivo tocca, più che in altri “set”, le donne. Donne nascoste dai burqa, da lavori estenuanti, dall’indifferenza degli uomini. Un soggetto privo di sguardo, perché coperto, che Settanni ancora mette alla prova dei colori – vivacissimi – dei tessuti, delle geometrie (come nell’immagine su un “cimitero” di carri armati). Come reporter di guerra Settanni mostra uno degli aspetti più provocatori e scabrosi che possano darsi: la vita che continua, la sopravvivenza delle forme nonostante la distruzione. Come acutamente osservato dal sociologo Domenico De Masi in una nota al catalogo della mostra, ci troviamo di fronte a un “reportage sui perdenti”. Ma perdenti che sono l’attualità e contingenza del nostro mondo: quello del sud Italia di appena pochi anni fa, di una guerra a un braccio di mare da noi, di una polveriera ancora attiva poco più a oriente. Un mondo che non smette di essere urgente, e presente. Da qui il titolo di questa mostra. Che rimanda a una quotidianità comune, solo poco distante, solo di qualche grado spostata, e che ogni giorno chiede di essere osservata e compresa, se si vuole comprendere anche il nostro quotidiano. Ad accompagnare la Mostra del Teatro dei Dioscuri un catalogo edito dalla Contrasto, e due videodocumentari che accolgono i visitatori della mostra, “Kabul le donne invisibili” (2002) e “Balcani, gli sguardi, la memoria” (2003), presentati da Settanni al Festival del Cinema di Locarno.

PINO SETTANNI – Nasce il 21 marzo 1949. Terminate le scuole, nel 1966 si impiega alle Acciaierie Italsider di Taranto, ma fin da ragazzo si dedica alla fotografia e presto si fa conoscere tra gli intellettuali della sua città. Per seguire la sua passione per la fotografia decide di lasciare il lavoro all’Italsider e, dopo brevi soggiorni a Torino e Milano, si trasferisce a Roma nel 1974. Collabora con le sue foto a giornali e riviste e nel 1975 conosce Monique Gregory, sua futura moglie, che dirige una galleria d’arte in via del Babuino e lo introduce nell’ambiente artistico romano. Nello stesso anno pubblica Voligrammi, una serie di fotografie con stormi di uccelli in volo, in cui individua nascoste armonie. Poco dopo incontra, grazie a Monique Gregory, il pittore Renato Guttuso, con cui parla del progetto di un libro fotografico sulla Sicilia. Nasce una collaborazione tra i due, che durerà per vari anni: Settanni sarà suo assistente e fotografo personale. Il volume che era stato oggetto di quella prima conversazione, La Sicilia di Guttuso, uscirà nel 1980, seguito nel 1984 da Guttuso: fotografia quotidiana. Nel 1986 a Parigi partecipa al Mois de la Photo. Poi, nel 1987, si trasferisce definitivamente nello studio di via di Ripetta a Roma. Sono anni intensi: nel 1989 espone alla Galleria Rondanini di Roma i suoi settantasette Ritratti in nero; dello stesso anno sono i segni dello Zodiaco, poi I Vizi Capitali. La produzione di Settanni assume sempre più frequentemente una forma seriale: collezioni di segni uniti da una ispirazione comune. Nel 1994 sarà la volta dei settantotto Tarocchi, l’anno successivo de L’Alfabeto dei francesi a Roma. Tra il 1998 e il 2005 realizza su commissione dell’Esercito Italiano vari reportage sulle guerre che vedono le truppe italiane impegnate nei Balcani e in Afghanistan.?Da essi scaturiscono anche due documentari di Rai Tre, Kabul le donne invisibili (2002) e Balcani, gli sguardi, la memoria (2003), presentati al Festival del Cinema di Locarno. Pino Settanni muore a Roma il 31 Agosto 2010. Nel marzo 2015 apre a Matera nel Palazzo Viceconte il Museo della Fotografia Pino Settanni.