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Agroalimentare

L’agricoltura in Parlamento, atti di indirizzo e controllo di Camera e Senato

Le interrogazioni, risoluzioni, interpellanze e odg a tutela del made in Italy agroalimentare
fonte: AGV NEWS/AGRICOLAE
di Agricolae

AGRICOLAE riporta nel link qui di seguito le interrogazioni, le interpellanze, gli ordini del giorno e le risoluzione che vengono quotidianamente presentati alla Camera e al Senato a tutela del made in Italy agroalimentare. Pesca, agricoltura e industria alimentare in primo piano per i deputati e i senatori che lavorano gomito a gomito o uno contro l’altro, per cambiare la vita di chi lavora di terra e di mare. Qui a seguire il testo integrale

RISOLUZIONE MARCON, SI-SEL CAMERA, SU INIZIATIVE EUROPEE

Atto Camera

 

Risoluzione in Assemblea 6-00299

presentato da

MARCON Giulio

testo di

Mercoledì 8 marzo 2017, seduta n. 755

La Camera,
premesso che:
il progetto europeo sta soffrendo, oggi, una crisi senza precedenti e di ardua soluzione aggravato dal nuovo scenario globale mondiale determinatosi e succeduto all’uscita della Gran Bretagna dall’Europa e alla vittoria presidenziale in America di Donald Trump e delle sue politiche pericolosamente curvate verso il populismo, connotate fortemente da protezionismo e nazionalismo e che mettono in discussione la stessa alleanza NATO costringendo l’Europa a dover scegliere nuove politiche di difesa in un quadro mondiale destabilizzato soprattutto dalla grave crisi mediorientale che alimenta tra l’altro l’incremento del fenomeno della migrazione;
gli eventi degli ultimi anni – tra cui la crisi greca, la Brexit, la pressione migratoria sempre più forte alle frontiere dell’Unione europea, gli attacchi terroristici e, infine, l’instabilità politica che regna ai confini sud orientali dell’Unione europea – hanno ulteriormente acuito l’insufficienza delle politiche europee attuate sino ad oggi in risposta alla recessione economica e alla disoccupazione sempre più dilagante tanto da essere considerate inadeguate dai cittadini europei che, di conseguenza, mettono sempre più spesso in discussione il valore aggiunto della loro appartenenza all’Unione. Non a caso, davanti all’intensità e alla durata eccezionale della crisi economica cresce sempre più il consenso verso proposte populiste che fanno prevalere gli interessi nazionali sul bene comune. Oggi nell’imminenza del rinnovo dei Parlamenti e di importanti partner europei come la Francia, la Germania, l’Olanda e la stessa Italia, le spinte nazionaliste, populiste e contrarie all’euro possono portare ad una disgregazione dell’Europa e a colpire la stessa idea di Unione europea;
oggi occorre una forte risposta dai Governi nazionali e dalle istituzioni dell’Unione europea che tenda a far accrescere il processo di integrazione europeo attraverso la costruzione di un’Europa dei popoli che proponga in campo economico politiche espansive necessarie alla crescita e all’occupazione, soprattutto giovanile e politiche comuni di sicurezza interna e di difesa;
a fronte delle reali necessità dei cittadini dei Paesi europei le risposte della Commissione europea continuano ad essere improntate ad una asfissiante richiesta di austerità e di applicazione rigida delle regole di bilancio che appaiono ormai obsolete e che andrebbero, al più presto, profondamente cambiate;
la Commissione europea ha prodotto un libro bianco che segna l’avvio del confronto sull’Europa a più velocità, concentrata su alcune aree specifiche che vanno dal «pilastro sociale» alla difesa comune, dal completamento dell’euro al futuro del bilancio dell’Unione. Il documento propone cinque scenari differenti che tuttavia non toccano gli argomenti che stanno più a cuore dei Paesi dell’unione monetaria: la mutualizzazione dei debiti pubblici, l’unione bancaria o la capacità di bilancio della zona euro. La commissione europea pur non effettuando volutamente una scelta fra le varie ipotesi, tuttavia fa emergere la propensione del presidente Juncker per un’ipotesi di un’Europa a centri concentrici ossia a due velocità allineandosi con le recenti dichiarazioni della Cancelliera Merkel;
la Commissione europea ha il compito di proporre direttive che coordinino le politiche comuni europee che tuttavia hanno il grave limite di essere eccessivamente tecnocratiche, disancorate dalla società civile, troppo vaghe e dilazionate nel tempo, rimesse, come sono, ad una revisione dei Trattati da effettuare alla fine del percorso proposto e quindi all’attuazione, sempre dilazionata, della democrazia mentre l’esigenza forte che nasce dal seno delle popolazioni europee è di sentire le politiche dell’Unione europea incidere direttamente e profondamente nella via di tutti i cittadini a partire dal lavoro e dalle imprese, dalla sicurezza, dall’equità fiscale e contributiva, da un welfare equo;
la Commissione europea nel pubblicare, nel gennaio 2017, le relazioni per Paese sulle analisi delle rispettive situazioni economiche ha inserito l’Italia tra i Paesi che presentano squilibri macroeconomici eccessivi e ha ribadito la necessità che l’Italia appronti una correzione dei conti dello 0,2 per cento del prodotto interno lordo pari a circa 3,4 miliardi di euro. E se dall’Italia non sarà presentata alcuna garanzia di aggiustamento del deficit strutturale, l’Unione europea non avrebbe altra scelta se non quella di aprire una procedura di infrazione per debito eccessivo, che costringerebbe l’Italia ad un pesante percorso di aggiustamento dei conti;
crescita, debito, produttività riforme sono problemi dell’Italia ma non solo, in Europa, e non da oggi, che impongono un approccio di lungo termine. La via maestra è di chiedere con forza all’Europa un serio processo di revisione delle regole economiche e, nell’immediato, l’introduzione della regola che consideri gli investimenti al di fuori del patto di stabilità, puntando sul denominatore, la crescita, per generare un deciso aumento della produttività e garantendo così la discesa del debito;
vi è, inoltrerà necessità di allineare l’Italia al resto dell’Europa che viaggia intorno all’aumento annuo del prodotto interno lordo dell’1,7 per cento (la Spagna cresce, per il secondo anno consecutivo, del 3,2 per cento), contro il nostro modesto 0,9; ha una disoccupazione in calo al 9,2 per cento contro il nostro consolidato 12 per cento e quasi il 40 per cento della disoccupazione giovanile;
allo stato servirebbe soprattutto una politica economica europea coerente con lo sviluppo dell’area euro, che definisca le politiche tese ad aumentare la domanda e, in particolare, gli investimenti in settori strategici in grado di creare occupazione, sviluppo sostenibile e coesione sociale. Tali investimenti sono rilevanti in primo luogo per gli effetti aggregati sull’economia, che vedrebbe un aumento del prodotto interno lordo e quindi un miglioramento degli indicatori di sostenibilità del debito. In secondo luogo, l’investimento in tali settori condurrebbe l’Italia e l’Europa ad avvicinarsi in misura significativa agli obiettivi di Europa 2020 in una varietà di campi sociali e ambientali;
il fenomeno del disagio sociale sta crescendo in tutta Europa, gonfiando le fila dei vari populismi e in Italia sta crescendo paurosamente. I morsi della crisi e della recessione si fanno sentire con una disoccupazione ormai a livelli di guardia, con l’occupazione che se la si perde non la si ritrova, con i ripetuti tagli ai servizi in omaggio alla tenuta dei conti. Secondo i recenti dati Istat la povertà assoluta investe 4,6 milioni di italiani, non poco per il settimo Paese più ricco del pianeta. Sono numeri da brivido, mai così alti da dieci anni a questa parte. Il numero di giovani in povertà è triplicato nel corso della crisi nera giungendo alla cifra di un milione. Un minore su dieci vive, o è meglio dire sopravvive, nel disagio assoluto. Le famiglie numerose sono le più colpite, specie se di stranieri residenti, che sono 4 su 10 famiglie povere. Il Sud è il più colpito con 4 famiglie su 10 e precipita sempre più indietro rispetto al Nord che, tuttavia, vede anch’esso crescere dal 4,2 per cento al 5 per cento le famiglie povere. Il Censis inoltre stima in undici milioni gli italiani che rinunciano o rinviano le cure perché costose e non se le possono permettere;
in particolare, per quanto riguarda l’Italia, la Commissione europea ha individuato alcuni fattori che contribuiscono alla sua scarsa competitività, ossia l’evasione fiscale, il mancato adempimento dei contratti, il livello ridotto di investimenti privati in ricerca e sviluppo, la mancanza di start-up innovative, la scarsa disponibilità di competenze, la mancanza di finanziamenti attraverso il capitale personale, la modesta crescita delle imprese e dell’internazionalizzazione, il cattivo funzionamento della pubblica amministrazione;
una politica commerciale vincente, oltre che apportare un contributo significativo all’aumento della crescita sostenibile e alla creazione di posti di lavoro dovrebbe essere finalizzata a garantire i princìpi e i valori europei, a partire dalla democrazia e dai diritti umani, ma anche della visione dell’Unione europea in materia di ambiente, inclusi la salute e la tutela dei consumatori e il benessere animale, di diritti sociali, del lavoro e dello sviluppo;
l’accordo di libero scambio e investimento fra il Canada e l’Unione europea mira alla più ampia liberalizzazione nella storia dei negoziati commerciali dell’Unione europea, e per questo motivo le implicazioni politiche ed economiche sui Paesi membri dell’Unione europea sono enormi;
con il via libera al Ceta, la maggior parte delle multinazionali americane, già attive sul territorio canadese, potranno citare in giudizio nei tribunali internazionali privati le aziende europee, avvalendosi della clausola investment court system (Ics, il sistema giudiziario arbitrale per la difesa degli investimenti), inserito nel Ttip, che tanti Paesi dell’Unione europea stanno osteggiando. L’Europa, infatti, concederà al Canada e alle sue imprese con il Ceta condizioni di favore per l’accesso al nostro mercato comune, ma 42 mila grandi imprese americane hanno sedi sussidiarie in Canada e potranno, così, anch’esse usufruire di benefici commerciali diretti in Europa anche senza che si concordi con gli Usa un trattato di liberalizzazione commerciale apposito come il Ttip;
quindi gli effetti del Ttip i cui negoziati, peraltro segreti, che sono stati oggetto, il 17 gennaio 2017, di una valutazione comune da parte della commissaria al commercio Cecilia Malmstrom e del rappresentante al commercio degli Stati Uniti, rischiano di rilevare tutta la loro drammaticità con l’entrata in vigore del Ceta e mentre Governi come la Francia chiedono ripetutamente lo stop per i negoziati, il Governo italiano dichiara che: «sarebbe in ogni caso estremamente difficile trovare una ragione che giustifichi l’interruzione delle trattative con il nostro principale partner economico e politico dopo appena due anni e mezzo di negoziato, quando per chiudere un accordo meno ambizioso con il Canada ce ne sono voluti ben 6. Ed è evidente che se ciò accadesse l’Europa non avrebbe più alcuna credibilità per condurre un qualsivoglia negoziato commerciale»;
il Governo italiano, sulla base del piano d’azione presentato dalla commissione europea, ha approvato un pacchetto di misure volte a delineare la nuova strategia governativa sul tema della sicurezza interna e sul tema del contrasto al fenomeno migratorio. Sul primo punto la risposta è una risposta securitaria a un problema sociale proponendo un’idea di sicurezza che considera la marginalità sociale presente nello spazio pubblico come elemento deturpatore del «decoro», della «quiete pubblica» e finanche della «moralità» (citazioni del decreto). Un’idea, questa, vecchia e banalmente repressiva di sicurezza, alternativa e contrapposta ad una tradizione di sicurezza «democratica», partecipata, ispirata a logiche di prevenzione per la gestione del flusso migratorio. Sul secondo punto proponendo soluzioni che si articolano essenzialmente in quattro punti: semplificazione e accelerazione delle procedure di accoglienza dei richiedenti asilo attraverso la riduzione dei diritti e delle garanzie, trattenimento dei migranti in nuovi Centri di detenzione per l’identificazione e l’espulsione (Cie) per rendere effettivi e rapidi i rimpatri forzati, rinnovo degli incentivi già previsti per i comuni che accolgono i migranti e naturalmente una serie di accordi bilaterali con i Paesi di origine e transito dei migranti noti per i regimi dittatoriali e le sistematiche violazioni dei diritti umani;
il Commissario Avramopoulos ha dichiarato che «garantire che i migranti irregolari siano rimpatriati rapidamente non solo allenterà la pressione sui sistemi di asilo degli Stati membri e permetterà di mantenere adeguate capacità di protezione per chi ne ha realmente bisogno, ma sarà anche e soprattutto un segnale forte per scoraggiare i pericolosi viaggi della speranza verso l’Unione europea» senza considerare il rischio reale che i rimpatri più veloci si trasformino in giudizi sommari e che non c’è nulla di umanitario nel voler «scoraggiare» chi vuole partire verso l’Europa per lasciarsi dietro guerra, fame, violenza e morte;
la crescente instabilità di tutta l’area del sud mediterraneo meridionale e medio orientale seguita da un crescente numero di migranti che cercano di raggiungere l’Europa richiede di intensificare gli sforzi per definire una politica migratoria efficace, umanitaria e sicura che affronti con lungimiranza ed umanità il fenomeno storico dei flussi migratori abbandonando l’ottica emergenziale con cui sta attualmente operando ostinandosi a proporre politiche miopi ed inadeguate e soprattutto rinunciando alla facile formula della riduzione dei diritti e delle garanzie che risulta essere una risposta evidentemente inadeguata per sanare il sistema di accoglienza migratorio;
il piano del Ministro Minniti, prevedendo solo 20.000 rimpatri a fronte di circa 500.000 immigrati irregolari, è solo un piano di facciata essendo del tutto inadeguato a fronteggiare il previsto consistente flusso di migranti e dimostra che l’Europa non ha ancora politicamente preso atto che il fenomeno della mobilità globale accompagna l’umanità da sempre ed è destinato a rimanere. Secondo stime comunitarie, attualmente sul territorio europeo i migranti irregolari da espellere sarebbero un milione;
gli ultimi dati relativi ai livelli di rifugiati arrivati in Italia e in Grecia ridistribuiti in tutta Europa rimane drammaticamente basso, 13.546 sui 160.000 mila in via straordinaria tra il 2015 e il 2017 a causa della mancanza da parte di molti Paesi europei del rispetto degli impegni presi nel 2015 sui rispettivi ricollocamenti e a questo ritmo non sarà possibile ricollocare, entro settembre 2017 tutti i richiedenti asilo attualmente presenti nei due paesi. Solo 2 Paesi, Malta e la Finlandia, stanno rispettando in pieno gli impegni presi mentre l’Ungheria, l’Austria e la Polonia si sono addirittura rifiutati e i Paesi balcanici, Repubblica Ceca, Bulgaria, Croazia e Slovacchia lo stanno facendo in modo solo limitato;
la situazione nei Balcani occidentali vede una recrudescenza di antichi conflitti e tensioni che l’Unione europea non è stata in grado di contrastare efficacemente, rispondendo con un processo di integrazione lento e molto frammentario. L’area è stata per secoli terreno di sanguinose guerre e conflitti, essendo costituita da paesi molto differenti tra loro in termini economici e politici: una diversità riscontratasi anche durante il processo di integrazione europea, che vede Paesi come la Croazia già membri dell’Unione europea e Paesi ancora alle fasi iniziali dei negoziati;
il rischio è ora quello di una divisione sempre più netta tra i Paesi della zona che hanno già completato il loro ingresso nell’Unione europea, o sono prossimi a compierlo, e gli Stati che, invece, vedono allontanarsi inesorabilmente l’avvio dei negoziati, con una progressiva marginalizzazione e la creazione di quello che molti analisti configurano come un «nuovo ghetto»;
particolare preoccupazione desta la situazione politica della Macedonia, cui si aggiungono l’annosa questione del mancato riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo da parte di alcuni Stati membri e non, nonché l’intensificarsi dei nazionalismi in tutta l’area, come dimostra la pessima accoglienza di cui ha goduto l’Alto rappresentante Federica Mogherini durante il suo discorso presso il Parlamento serbo. Si ricorda inoltre come il Presidente russo Vladimir Putin abbia recentemente dichiarato i Balcani occidentali parte della sua « sfera di influenza», utilizzando il rafforzarsi dei sentimenti nazionalisti e dei conflitti etnici per confermare la sua influenza sulla regione. Una situazione che negli ultimi anni ha, tra l’altro, comportato gravissimi danni alla gestione dei flussi migratori, ostacolati con violenza e durezza da parte delle autorità anche qualora si trattasse di rifugiati, con un vero e proprio blocco della cosiddetta « rotta balcanica»,

impegna il Governo:

1)  in riferimento all’occupazione, alla crescita e alla competitività;
a) ad adoperarsi perché venga radicalmente modificata e ribaltata l’impostazione delle politiche economiche e fiscali europee fondate sulla svalutazione e sulla precarizzazione del lavoro, sulla riduzione della spesa e degli investimenti pubblici, sulle privatizzazioni; ad adoperarsi perché venga radicalmente corretta la costruzione dell’unione monetaria, subordinandola alla promozione di politiche comuni in campo fiscale, economico e sociale con il cambio dei trattati – incluso il Fiscal Compact – abbandonando le politiche di austerità e dei vincoli di bilancio a favore di politiche espansive, degli investimenti pubblici, del lavoro;
b) ad adoperarsi affinché il processo unitario che ha caratterizzato, fino ad oggi, l’Unione europea sia corretto con la promozione di politiche fiscali, sociali ed economiche comuni – oltre il paradigma delle politiche neoliberiste e di austerità e di un’unione monetaria priva di un’unione delle politiche economiche e fiscali – evitando lo scenario di un’Europa «a due velocità» e puntando, invece, ad una maggiore integrazione politica attraverso un’interpretazione estensiva delle competenze dell’Unione o dei poteri delle sue istituzioni compatibilmente con i diversi percorsi di integrazione di tutti gli Stati membri senza l’obbligo immediato di una destinazione comune;
c) a proporre un Green new deal continentale (ovverosia un piano europeo per l’occupazione) che stanzi almeno 1.000 miliardi di euro con risorse pubbliche di carattere aggiuntivo rispetto a quelle già stanziate durante il precedente semestre europeo al fine di rispondere alla domanda di occupazione di circa 5-6 milioni di persone, tra quelle (nell’Unione europea risultano essere 26,5 milioni i disoccupati) disoccupate o inoccupate in tutta Europa, promuovendo una revisione dell’attuale politica dell’austerità sostenendo l’utilizzo di eurobond per attuare un piano straordinario di investimenti pubblici in infrastrutture, green economy, agricoltura biologica e multifunzionale, riassetto idrogeologico dei territori, valorizzazione non speculativa del patrimonio immobiliare, demaniale e artistico, potenziamento dell’istruzione e della ricerca pubblica, messa in sicurezza degli edifici scolastici, asili nido, riqualificazione delle città, efficienza energetica degli immobili, innovazione tecnologica e agenda digitale, con particolare riguardo alle aree territoriali in maggiore difficoltà come il Mezzogiorno;
d) a proporre al Consiglio, quale strategia dello sradicamento dei fattori strutturali dell’impoverimento e dell’esclusione sociale, di inserire nel cosiddetto «pilastro sociale» l’istituzione del reddito di cittadinanza europeo e di un regime di indennità minima di disoccupazione per l’area dell’euro come primo passo non solo per un concreto avvicinamento tra istituzioni e cittadini, ma soprattutto per arginare un fenomeno di così vasto degrado aggravato dal concomitante fenomeno dell’aumento della distanza, giunta a livelli siderali, tra poveri e ricchi e che non è stato ancora arginato con piani coerenti e incisivi di equa redistribuzione sociale del reddito, per ridurre tale inaccettabile diseguaglianza e disproporzione;
e) ad implementare le iniziative e programmi a livello di Unione europea, nonché la loro attuazione a livello nazionale, al fine di rendere concreto l’obiettivo della Strategia Europa 2020 la quale prevede l’innalzamento al 75 per cento del tasso di occupazione della popolazione tra i 20 e i 64 anni, affinché tale fascia di popolazione abbia un lavoro entro la fine del decennio, garantendo al contempo un alto livello di protezione del lavoratore e dei suoi diritti;
f) a concordare con gli organismi dell’Unione europea la rinegoziazione della cosiddetta « golden rule» vale a dire lo scorporo degli investimenti dal calcolo del vincolo di deficit del 3 per cento, consegnandola alla sovranità del Parlamento nazionale, non solo per i programmi co-finanziati dai fondi strutturali europei, ma per tutti gli investimenti degli enti territoriali, che consentano lo sviluppo di nuova e qualificata occupazione, in coerenza con i contenuti delle linee di politica industriale e della programmazione europea sui temi della ricerca, sviluppo e innovazione, verificando, nel contempo, che tali investimenti – da realizzarsi in parallelo anche negli altri Paesi dell’eurozona – siano finanziati su scala europea per consentire all’insieme dell’Unione di uscire dal ristagno economico attraverso un sensibile aumento della competitività a livello nazionale;
g) a sostenere con forza insieme agli altri Paesi europei, con riferimento al Ttip, la sospensione del negoziato al fine dell’apertura di un processo democratico che permetta un’analisi puntuale ed una valutazione dei testi negoziali e che assicuri che le politiche adottate siano nel pubblico interesse; che coinvolga il Parlamento europeo e venga dibattuto nei Parlamenti nazionali e che includa le organizzazioni della società civile, i sindacati e i gruppi portatori dei diversi interessi (stakeholders);

2)  in riferimento al fenomeno migratorio;
a) a promuovere una politica migratoria in grado di garantire il diritto alla protezione internazionale sancito dalle normative europee e dalla Convenzione di Ginevra;
b) a promuovere una politica che dica «basta» respingimenti verso i Paesi di origine e di transito e garantisca a tutti i migranti l’accesso a una piena e chiara informazione sulla possibilità di chiedere protezione internazionale;
c) a promuovere l’apertura immediata di corridoi umanitari di accesso in Europa per garantire «canali di accesso legali e controllati» attraverso i Paesi di transito ai rifugiati che scappano da persecuzioni, guerra e conflitti per mettere fine alle stragi in mare e in terra, e quindi debellare il traffico di esseri umani, anche con visti e ammissioni umanitarie;
d) a proporre una riforma più generale del diritto d’asilo finalizzata a rendere più strutturale il concetto di ricollocamento dei rifugiati, a proporre quindi un reale «diritto di asilo europeo», capace di superare il «regolamento di Dublino», che obbliga i migranti a richiedere asilo nel primo Paese comunitario che incontrano nel loro cammino. Un migrante dovrebbe avere il diritto di avere riconosciuto l’asilo in qualsiasi Paese, per poi essere libero di circolare all’interno dell’Europa;
e) a concedere con effetto immediato permessi di soggiorno per motivi umanitari che consentano la libera circolazione negli Stati dell’Unione europea e quindi avviare l’iter per la predisposizione di una normativa dell’Unione con la quale disciplinare il riconoscimento reciproco delle decisioni di riconoscimento della protezione internazionale tra gli Stati membri e a chiedere, in sede di Consiglio europeo, la regolarizzazione di tutti i migranti ancora senza documenti presenti in Europa;
f) a promuovere il principio un’accoglienza dignitosa, dunque la chiusura di tutti i centri di detenzione per migranti sparsi in Europa e a proporre un piano europeo straordinario per l’accoglienza dei profughi;
g) ad implementare rapidamente il programma di ricollocamento, ad oggi dimostratosi un fallimento, affiancandolo alla creazione di adeguate strutture per l’accoglienza e l’assistenza delle persone in arrivo;
h) a programmare interventi di cooperazione allo sviluppo locale sostenibile nelle zone più povere, a partire dal continente africano, dove lo spopolamento e la migrazione sono endemici, e ad assumere iniziative per non consentire alle multinazionali di usare per interessi privati i programmi europei di aiuto allo sviluppo;
i) a sostenere un grande piano di investimenti pubblici diretti dell’Unione europea per l’economia di pace, per il lavoro dignitoso e per la riconversione ecologica del continente africano;
l) a condizionare gli accordi dei Paesi europei con i Paesi di origine e di transito, come la Libia e il Sudan, allo smantellamento dei campi lager dei migranti e alla costituzione di nuovi centri di accoglienza sotto l’egida dell’Unhcr;

3)  in riferimento alla sicurezza esterna e alla difesa:
a) a porre all’ordine del giorno del dibattito, sempre nell’ottica di raggiungere forme di integrazione più spinte, il tema della difesa complessiva dei nostri confini europei alla luce dei nuovi scenari mondiali apertisi con l’avvento della Presidenza Trump negli Usa e delle prime dichiarazioni relative alla riconsiderazione dell’alleanza atlantica, accanto alle nuove strategie e alle nuove dislocazioni delle alleanze tra gli Stati prodottesi in seguito agli sviluppi della complessa crisi sviluppatasi al di là dei confini orientali dell’Europa;
b) a presentare iniziative urgenti per impedire la vendita di armi ai Paesi responsabili di aver supportato direttamente o indirettamente Daesh e proporre in sede di Consiglio europeo una moratoria sulla vendita di armi e un embargo ai Paesi coinvolti direttamente o indirettamente nei conflitti o che sono sospettati di aver armato o finanziato gruppi terroristici;
c) a proporre una iniziativa dell’Unione europea finalizzata ad interrompere i flussi di finanziamento a Daesh, prevedendo rigide sanzioni per gli Stati che finanziano direttamente o indirettamente il terrorismo o che facilitano, con legislazioni «opache», la raccolta di donazioni «private» destinate alle organizzazioni terroristiche;
d) a suggerire l’adozione di atti vincolanti dell’Unione europea finalizzati a reprimere il commercio illegale che finanzia i gruppi terroristici, a cominciare da Daesh prevedendo sanzioni per gli Stati che permettono il contrabbando del petrolio e dei reperti archeologici trafugati;
e) a proporre iniziative concrete per arginare il flusso dei foreign fighter, soprattutto facendo pressioni sulla Turchia, a partire dalla pretesa che al confine tra Turchia e Siria venga dislocato un controllo internazionale della frontiera sotto mandato ONU e che la Turchia cessi immediatamente ogni forma di ostilità nei confronti delle milizie curde dello YPG/YPJ e dello HPG che stanno combattendo contro Daesh in Siria e Iraq;
f) a supportare le proposte volte a promuovere attività di intelligence tradizionali a discapito di una sorveglianza di massa, scarsamente efficace e costosa, non solo in termini di diritti civili, proponendo in sede di Consiglio europeo attività coordinate tra le agenzie di intelligence degli Stati europei e dirottando verso queste attività i fondi relativi alle ingenti spese per le campagne militari all’estero, costose e controproducenti;
g) a sostenere con forza il dispiegamento di un grande piano europeo contenente misure per il dialogo interculturale e interreligioso contro l’emarginazione, e quindi per l’integrazione e contro l’odio, affinché si debellino le motivazioni e le radici che conducono alla radicalizzazione e al terrorismo;
h) a promuovere, anche in considerazione della circostanza che l’Italia sarà membro non permanente del Consiglio di Sicurezza Onu nel 2017 e della centralità della crisi siriana che mette a rischio la sopravvivenza dell’Alleanza nord atlantica stessa, una iniziativa in sede di Consiglio europeo per rilanciare i negoziati di Ginevra per risolvere la crisi siriana, a cui devono essere invitati tutti gli attori a partire dalle forze politiche del Rojava – Federazione della Siria del Nord, su cui si sono espressi positivamente già Stati Uniti e Russia;
i) a favorire la distensione dei rapporti tra gli Stati dell’area dei Balcani occidentali, garantendo un ruolo chiave dell’Unione europea nello scongiurare l’acuirsi dei conflitti politici ed etnici che tanto a lungo hanno insanguinato la regione;
l) a richiedere con forza la creazione di un corridoio umanitario che attraversi l’intera rotta balcanica, garantendo a rifugiati e migranti un passaggio ed un arrivo sicuri nel territorio dell’Unione europea.
(6-00299) «Marcon, Palazzotto, Airaudo, Costantino, Daniele Farina, Fassina, Fratoianni, Giancarlo Giordano, Gregori, Paglia, Pannarale, Pellegrino, Placido».

ODG CATALFO, M5S SENATO, SU SALARI MINIMI

Atto Senato

 

Ordine del Giorno 9/2494/1

presentato da

NUNZIA CATALFO
martedì 7 marzo 2017, seduta n. 778

Il Senato,
in sede d’esame del disegno di legge delega recante norme relative al contrasto della povertà, al riordino delle prestazioni e al sistema degli interventi e dei servizi sociali (collegato alla legge di stabilità 2016);
premesso che:
in Italia come noto, esistono pensioni minime, mentre un livello di salari minimi non è previsto da leggi nazionali, ma dalla contrattazione fra le parti sociali;
tale disciplina lascia aperte evidenti falle nel sistema provocando sacche di assenza di tutele per cospicue fasce di lavoratori. Non è infatti obbligatoria la stipula di contratti collettivi, esistono imprese o tipologie di contratti di lavoro individuali cui non è applicabile nessun contratto collettivo, e quindi nessuna forma di salario minimo;
se si guarda la percentuale di lavoratori effettivamente coperta dal salario minimo contrattuale, si scopre che l’Italia è il Paese con la quota di persone «escluse» più elevata, circa il 13 per cento, con picchi di oltre il 40 per cento nel settore dell’agricoltura, del 30 nelle costruzioni e oltre il 20 nelle attività artistiche e intrattenimento e nei servizi di hotel e ristorazione. In mercati del lavoro relativamente rigidi o segmentati, più il salario minimo è elevato, più alto è il numero di persone scoperte;
il minimo contrattuale in Italia diventa l’ennesimo diritto parziale o negato a una fetta crescente di lavoratori;
in tutti i Paesi ci sono persone pagate meno del limite stabilito, ma in Italia la percentuale è la più elevata. In particolare ne sono esclusi i lavoratori in nero e coloro che deliberatamente ricevono meno del dovuto. Oppure perfettamente nei confini della legge gli indipendenti non coperti dai contratti collettivi, quelle famose partite iva che rimangono sempre fuori dalla discussione politica e sindacale. Il sistema di contratti collettivi mostra quindi crepe vistose;
la via preferita dai sindacati per ridurre il numero degli esclusi è quella di includere i precari nella contrattazione collettiva. Questo non è possibile in un mercato del lavoro sempre più parcellizzato e in cui il contratto dipendente non è più l’unica forma di lavoro subordinato;
i sindacati maggiormente rappresentativi rischiano di perdere un po’ di potere negoziate ed è per questo motivo che in più di una occasione hanno mostrato la loro contrarietà rispetto all’adozione di un salario minimo;
tuttavia, al di là delle evidenti falle nel sistema, emerge forte la necessità di offrire coperture di carattere universale che riportino uguaglianza sociale e pongano le basi per una effettiva crescita e rilancio dei consumi;
in Italia, in assenza di una specifica legislazione in merito ai compensi, con la pressione fiscale che spesso non incentiva l’attività economica, c’è il rischio reale che l’alternanza scuola-lavoro possa tradursi in una forma di sfruttamento. Uno strumento che consente alle imprese di risparmiare sul personale, a danno anche della popolazione inoccupata che ha già completato gli studi e dei disoccupati con bassi livelli di scolarizzazione;
in Italia gli stipendi sono, in diversi ambiti, regolati dai contratti collettivi di lavoro, ma molti settori produttivi non rientrano nelle tipologie interessate dai suddetti contratti. Non tutte le categorie di lavoratori sono di fatto rappresentate dai sindacati. In ambito privato, l’assenza di regole chiare – che impongano un tetto minimo salariale – abbassa la qualità della vita in Italia;
l’economia internazionale spinge il Governo a una serie di decreti che portino il Paese a livello degli altri Stati dell’Unione europea, per quanto concerne il mercato del lavoro. In Germania il salario orario minimo è di 8,50 euro e nessuno può essere pagato di meno. In Francia 9,61 euro; in Gran Bretagna, il salario orario minimo nazionale è di 6,70 pounds per chi ha più di 21 anni, 5.30 sterline tra i 18 e i 21, 3.87 sterline per i minorenni. In Irlanda il salario minimo per gli adulti è di 8,65 euro; in Belgio va dagli 8,94 minimo per gli adulti ai 6,10 per i sedicenni. Le singole regioni all’interno di una nazione possono stabilire un salario minimo più alto di quello nazionale ma non più basso. Negli Usa, dove il minimum wage è di 7,25 dollari orari, ben 29 Stati lo hanno stabilito più alto. In Canada, il salario orario minimo garantito per legge varia, a seconda delle regioni, tra i 10 e gli 11 dollari e il costo della vita non è più alto che in Italia. In Australia il minimum wage è di ben 17,29 dollari orari;
in determinati settori, l’alternanza scuola-lavoro, sebbene abbia lo scopo di potenziare le competenze degli studenti, ha già dato ampiamente prova di prestarsi ad un utilizzo non sempre etico della forza lavoro. Si pensi ad esempio, agli aspiranti parrucchieri e all’alternanza scuola lavoro che caratterizza il loro ciclo di studi. Il corso professionale prevede un periodo d’apprendimento in aula e un altro presso le sale parrucchieri, dove i ragazzi si prestano a lavorare, con turni giornalieri assai impegnativi, a fronte di compensi/rimborsi che, nella maggioranza dei casi, equivalgono a pochi spiccioli. Lo stesso accade in altri settori, eterogenei tra loro: dal mondo della produzione televisiva e cinematografica, al business della ristorazione. Per tale ragione la riforma scolastica non può considerarsi scollegata da un’adeguata riforma del lavoro;
in Francia l’introduzione del salario minimo (Salaire minimum interprofessionnel de croissance, meglio noto come SMIC) è avvenuta con legge parlamentare nel 1950. La legislazione francese, frutto di varie modifiche nel corso degli anni, prevede che lo SMIC sia ricalcolato ogni anno secondo un meccanismo basato sul potere d’acquisto e altri fattori. Dal 19 dicembre 2013 lo SMIC è di 9,53 euro lordi all’ora ovvero per un lavoro a tempo pieno (35 ore alla settimana), 1.445,38 euro lordi mensili circa 1.130,00 euro netti; nell’ambito dell’attuazione degli accordi politici di Grofie Koalition, anche in Germania è stata votata e approvata l’introduzione del salario minimo, a partire dal 2015, con la misura iniziale di 8,5 euro all’ora; il 15 giugno 2015, il Canton Ticino ha votato un referendum per inserire in Costituzione un salario minimo legale di 3.400 euro al mese. Il referendum è passato col voto favorevole del 54,7 per cento di quanti si sono recati alle urne. La norma si applica anche ai lavoratori transfrontalieri, e prevede una differenza di salario per mansione e settore economico, mentre non si applica a quel 40 per cento di lavoratori che già sono tutelati da un contratto collettivo;
lo stesso presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha più volte richiesto al congresso aumenti dei salari minimi fino a 10,10 dollari. Peraltro in molte città statunitensi, il salario minimo è più alto di quello richiesto dallo stesso Obama;
alla luce delle predette considerazioni paiono poco credibili le resistenze da parte di chi ritiene che l’introduzione di un «salario minimo» conduca all’aumento della disoccupazione o alla perdita di competitività nei confronti dei Paesi esteri. Il principale motivo a favore, oltre a quelli politici, è la volontà di sostenere i consumi interni in un Paese che trae sostentamento principalmente dalle esportazioni, che dipendono dalla domanda estera. L’esperienza tedesca e quella di molti altri Paesi rappresenta un interessante campo di studio, specialmente per le particolari condizioni in cui versa attualmente l’economia mondiale. Il fatto che uno dei Paesi più sviluppati e meno colpiti dalla recente crisi abbia deciso di introdurre una legislazione riguardante i salari minimi potrebbe indicare come gli eventuali, tuttavia non comprovati, effetti negativi sull’occupazione possano essere compensati da effetti benefici in altri campi;
con l’introduzione di un «salario minimo», inoltre, il ruolo del sindacato dovrebbe essere molto diverso da quello odierno. Se la trattativa per l’integrazione al minimo fosse basata principalmente sull’incremento della produttività (come molto probabile), il sindacato dovrebbe contribuire positivamente innanzitutto a dare una definizione chiara del concetto di produttività stessa (non certo riconducibile al mero ricorso al lavoro straordinario), ma soprattutto si dovrebbero prevedere in capo al sindacato reali poteri di codefinizione degli obiettivi e dei metodi per l’incremento della produttività, come anche meccanismi di controllo efficaci sulla valutazione dei risultati;
nella definizione di uno schema di relazioni industriali come quello delineato è altresì cruciale il ruolo dello Stato. Da una parte, bisognerebbe predisporre dei meccanismi di detassazione delle retribuzioni almeno nella parte definita da accordi territoriali e aziendali (in sostanza avviando il processo di riduzione del cuneo fiscale e premiando la parte della retribuzione più variabile in quanto legata a parametri economici territoriali e aziendali), avviando la riduzione della tassazione sul lavoro promessa da vari Governi negli ultimi anni, per altro verso andrebbe impostato un sistema di ammortizzatori sociali coerente con il nuovo modello di definizione della busta paga, prevedendo l’introduzione di un ammortizzatore sociale di carattere universale semplice, ammortizzatori che tendano a formare i disoccupati per ricollocarli effettivamente sul mercato del lavoro (ammortizzatori sociali attivi) e che soprattutto non disincentivino i disoccupati dalla ricerca di un nuovo lavoro,
impegna il Governo:
in attuazione dei princìpi sanciti dall’articolo 36 della Costituzione, fatte salve le disposizioni di maggior favore previste dalla contrattazione collettiva nazionale, ad assumere iniziative per introdurre il salario minimo garantito, stabilendo che la retribuzione oraria lorda applicabile a tutti i rapporti aventi per oggetto una prestazione lavorativa, non possa essere inferiore ai nove euro;
ad assumere iniziative per istituire un’autorità scientifica ed indipendente che proponga al Governo il livello e gli adeguamenti del salario minimo, monitorandone gli effetti sul mercato del lavoro;
ad accompagnare l’introduzione del «salario minimo» con la creazione di un ammortizzatore sociale di carattere universale, tendente a formare i disoccupati per ricollocarli effettivamente sul mercato del lavoro; a porre in essere iniziative volte a prevedere che il differenziale registrato annualmente tra inflazione programmata, o realisticamente prevedibile, e inflazione reale, sia recuperato integralmente con le retribuzioni e le erogazioni previdenziali del mese di gennaio di ogni anno.
(numerazione resoconto Senato G1.100)
(9/2494/1)
CATALFO, PUGLIA, PAGLINI

RISOLUZIONE CIMBRO, MDP CAMERA, SU MISSIONI INTERNAZIONALI

Atto Camera

 

Risoluzione in Assemblea 6-00291

presentato da

CIMBRO Eleonora

testo di

Mercoledì 8 marzo 2017, seduta n. 755

La Camera,
premesso che:
la legge 21 luglio 2016, n. 145, recante Disposizioni concernenti la partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali, ha riformato l’autorizzazione e la proroga delle missioni internazionali;
la legge n. 145 supera l’adozione dei consueti decreti-legge, in favore di un nuovo procedimento «autorizzatorio» che prende avvio, nella prima fase, dalla Deliberazione del Consiglio dei ministri e dall’esame in Parlamento che dovrebbe affrontare aspetti politici e strategici delle singole missioni per poi passare alla seconda fase dei provvedimenti legislativi recanti la copertura finanziaria delle spese connesse alle missioni internazionali;
secondo la Deliberazione il Governo prevede circa quaranta missioni, con un impiego di 7.600 unità (7.459 unità di personale delle Forze armate e 167 unità di personale delle Forze di polizia), 1.300 mezzi terrestri, 54 aerei e 13 navali. Le missioni sono attive in 22 Paesi oltre alla presenza nel Mar Mediterraneo e nell’Oceano Indiano;
per il 2017, quindi, si registra un aumento del fabbisogno finanziario totale delle spese militari connesse alle missioni internazionali del 7 per cento, con 1,28 miliardi di euro contro gli 1,19 del 2016;
i finanziamenti destinati alle iniziative di cooperazione allo sviluppo e sminamento umanitario, agli interventi di sostegno ai processi di pace e stabilizzazione e alla partecipazione alle iniziative delle organizzazioni internazionali ammontano a 145 milioni di euro per il 2017;
a tal riguardo si evidenzia l’erronea valutazione della spesa contenuta all’interno della Deliberazione del Consiglio dei ministri, in quanto vengono previsti nel complesso degli interventi di cooperazione allo sviluppo a sostegno dei processi di pace e stabilizzazione anche stanziamenti che hanno una chiara valenza di spesa militare, come i 120 milioni di euro previsti nella scheda n. 48 a favore dell’operatività delle Forze di sicurezza e difesa afghane, e i 30 milioni di euro previsti per gli interventi operativi di emergenza e sicurezza di cui alla scheda n. 49;
l’impegno maggiore in termini di impiego di uomini e mezzi è nel Mar Mediterraneo, attraverso un impegno finanziario di oltre 146 milioni di euro e la presenza in 4 operazioni: quella nazionale, Mare Sicuro; quella dell’Unione europea, EUNAVFORMED SOPHIA; e le due a guida NATO, Sea Guardian e il dispositivo per la sorveglianza navale nell’area sud dell’Alleanza;
complessivamente nel Mar Mediterraneo sono quindi dislocate 10 navi, 9 aerei e 1.644 unità di personale. Al momento le operazioni hanno un’impronta «umanitaria» e sono incentrate sulle attività di pattugliamento e controllo delle acque e soccorso ai barconi dei migranti, ma presto potrebbero trasformarsi con l’estensione delle attività nelle acque territoriali libiche e l’applicazione del blocco navale: sarebbe la cosiddetta terza fase dell’operazione Sophia, così come caldeggiato dalla presidenza maltese dell’Ue, che viene ora anche proposta dalla Relazione delle Commissioni;
l’Unione europea sarebbe orientata nell’accelerare il programma di addestramento della guardia costiera libica e sbloccare così la consegna dei mezzi navali per operare nelle acque territoriali in collegamento con un centro di coordinamento che dovrà diventare operativo con le informazioni dell’Operazione Sophia e di Italia, Malta, Grecia, Cipro, Francia, Spagna e Portogallo;
le unità della guardia costiera libica avrebbero quindi la responsabilità dei salvataggi e riporterebbero i migranti sulla costa, col duplice effetto, secondo la Commissione, di colpire il modello di business dei trafficanti e permettere la ripresa delle attività di pesca;
secondo quanto previsto dalla Deliberazione, il costo delle missioni in Libia è triplicato rispetto all’anno precedente, anche considerando la riattivazione della missione di supporto alla locale guardia costiera. Terminata la battaglia di Sirte, non è chiaro quale sarà l’impiego dei militari italiani di stanza a Misurata che finora hanno curato i miliziani impegnati al fronte: il Governo di Serraj sarà anche un pezzo di Libia, tuttavia di sicuro non ha il controllo del territorio, non solo dell’intera Tripolitania e del Sud ma neanche della stessa Tripoli. Quel che appare certo è che il contingente italiano è l’unico contingente occidentale in questo momento presente nel Paese e quindi facile bersaglio per i gruppi jihadisti locali, e rischia di trovarsi in una situazione difficile alla luce del rinnovato protagonismo del generale Haftar, sostenuto, tra gli altri, da Russia ed Egitto;
l’impegno in Iraq è quello più oneroso, oltre 300 milioni di euro (50 milioni in più rispetto allo scorso anno), nonché quello che vede una presenza più massiccia di soldati italiani, quasi 1.500, impiegati in attività di addestramento delle forze irachene e curdo-irachene, di personell recovery e di force protection alla diga di Mosul, con una componente aerea di 17 velivoli per ricognizione e rifornimenti in volo in supporto alle attività della Coalizione internazionale di contrasto a Daesh;
in Afghanistan c’è il secondo teatro operativo più impegnativo per le Forze armate italiane oramai presenti nel Paese da più di 15 anni. Qui la missione Resolute support che avrebbe l’obiettivo di svolgere attività di consulenza e assistenza a favore delle forze di difesa e sicurezza afghane e delle istituzioni governative sta tornando, dopo due anni dalla fine della missione «combat» ISAF-NATO, ad essere in prima linea al fronte e l’avanzata dei talebani a Farah ha costretto anche gli italiani a tornare ad assistere le truppe afghane che combattono al fronte insieme alle truppe statunitensi;
un recente rapporto dell’ufficio dell’Ispettore generale speciale per la ricostruzione dell’Afghanistan (Sigar), John F. Sopko, sostiene che oggi i Talebani controllano poco più della metà del Paese. Secondo il documento, che cita dati delle forze Usa in Afghanistan (Usfor-A), al 15 novembre scorso, ovvero prima della nuova avanzata talebana, il governo di Kabul controllava o aveva influenza su circa 233 (il 57,2 per cento) dei 407 distretti dell’Afghanistan, il 6,2 per cento in meno rispetto all’agosto precedente e il 15 per cento in meno rispetto a novembre 2015;
circa 2,5 milioni di afghani vivono invece in aree controllate dagli insorti o dove gli insorti hanno influenza. I dati delle Nazioni Unite parlano di circa 640 mila afghani che lo scorso anno sono stati costretti a lasciare le proprie case. Continuano ad essere fonte di preoccupazione anche i livelli di produzione di oppio: nel 2016 si è registrata una crescita del 43 per cento rispetto al 2015 e si stima che lo scorso anno in Afghanistan ne siano state prodotte 4.800 tonnellate;
l’Afghanistan è classificato come quart’ultimo nel Global Peace Index 2016: in condizioni peggiori a livello mondiale ci sono solo Siria, Sud Sudan e Iraq. L’Institute for Economics and Peacerileva, inoltre, che il Paese è secondo solo all’Iraq, sempre su scala globale, per attività terroristiche all’interno del Paese (Global Terrorism Index 2016). In Afghanistan, come documenta un recente rapporto dell’EASO, dopo più di un decennio di guerra, ci sono stati, nel 2015, 11 mila civili vittime di violenza. Ma addirittura l’Ue ha sottoscritto con questo Paese un accordo che prevede i rimpatri forzati in cambio di aiuti economici. Nonostante nel Paese gli Usa abbiano investito per la ricostruzione ben 117 miliardi di dollari dal 2002, l’Afghanistan rimane un Paese insicuro, non stabilizzato;
triplicano gli stanziamenti per le operazioni di intelligence, 10 milioni in più rispetto al 2016, a supporto delle missioni condotte dagli agenti dell’AISE, i quali sono attivi soprattutto in Libia, Iraq e Afghanistan. Un incremento dovuto alle novità introdotte dal Governo lo scorso anno, che prevedono operazioni segrete direttamente disposte dal Presidente del Consiglio che non vengono sottoposte al vaglio del Parlamento;
la guerra ha travolto Stati e frontiere e ha inasprito la storica rivalità tra il mondo sunnita e sciita all’interno dell’Islam all’ombra delle ambizioni commerciali, finanziarie e geopolitiche delle grandi potenze mondiali che credevano di creare nuove democrazie e che, in realtà, hanno prodotto solo maggiore instabilità che oggi mette a repentaglio tutta l’umanità;
l’esperienza delle missioni militari dell’ultimo decennio e in particolare in Libia, Iraq e Afghanistan mostra che aver intrapreso guerre senza avere un progetto politico condiviso con le forze e le popolazioni locali sul futuro è stata una prassi che ha peggiorato e non migliorato la sicurezza globale, e soprattutto ha condannato il popolo afghano, iracheno e libico alla follia distruttiva della violenza e del terrore che oggi si estende dal Medio Oriente all’Africa e attraversa il Mediterraneo e arriva fino al cuore dell’Europa;
l’Italia oggi, nonostante sia una forza militare «medio-piccola», è uno dei Paesi più impegnati nelle missioni internazionali;
a partire dalla prima missione «Restore Hope» in Somalia (1992-93) si è assistito al cambio di paradigma nella politica di difesa italiana, passando da avamposto statico della guerra fredda nel Mediterraneo a protagonista nello scenario internazionale, con l’intervento diretto di truppe italiane nei vari teatri operativi;
grazie a questo cambio di paradigma il nostro Paese ha provato ad accreditarsi sul contesto internazionale, ma soprattutto ha contribuito al boom dell’industria militare nazionale. Soltanto nel 2017 l’Italia spenderà 5,6 miliardi (+10 per cento rispetto al 2016) in nuovi armamenti (altri sette F-35, una seconda portaerei, nuovi carri armati ed elicotteri da attacco) finanziati in maggioranza dal Ministero dello sviluppo economico, che quest’anno destinerà al comparto difesa l’86 per cento dei suoi investimenti a sostegno dell’industria italiana;
secondo la Relazione al Parlamento sull’export militare italiano presentata dal Governo lo scorso anno, nel 2015 si è registrato un aumento del 200 per cento per le autorizzazioni all’esportazione di armamenti il cui valore complessivo è salito a 7,9 miliardi dai 2,6 del 2014 e sono aumentate drasticamente le vendite nei confronti dei Paesi in guerra, nonostante la legge italiana lo vieti;
non serve a nulla partecipare alle missioni internazionali se non si mette in discussione il modello di sviluppo che si arricchisce con la produzione e vendita di armi, le quali alimentano la spirale di violenza e terrore che imperversa nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente, e che poi si reprime con nuove armi e nuove guerre;
negli ultimi cinque anni, mentre il Medio Oriente bruciava, contemporaneamente cresceva del 30 per cento l’export di armi verso i Paesi dell’area medio orientale e del Nord Africa. Ad esempio le transazioni autorizzate con l’Arabia Saudita sono passate dai 163 milioni di euro del 2014 ai 257 milioni del 2015;
ora siamo al paradosso che queste armi che sono state vendute in Medio Oriente, attraverso la «triangolazione» con Paesi «nostri alleati», ma anche alleati e finanziatori, ad esempio, del Daesh, sono arrivate nelle mani dei terroristi e quindi combattiamo nelle missioni internazionali contro le armi che noi stessi abbiamo venduto in Medio Oriente;
le decisioni della NATO prese all’ultimo vertice tenuto a Varsavia debbono ritenersi le più importanti dalla fine della Guerra Fredda soprattutto per una serie di misure politiche e militari preventive nei confronti della Russia. Come previsto dalla Deliberazione l’Italia parteciperà con mezzi e uomini in diversi dispositivi di protezione e sorveglianza dell’Alleanza;
con la presenza della NATO in Lettonia, Estonia, Lituania e Polonia con mezzi e uomini pronti a rispondere a minacce esterne lungo il confine orientale dell’Alleanza, addirittura si supera l’accordo stipulato con la Russia nel 1997, in cui si stabiliva che l’alleanza atlantica non può mantenere le proprie truppe da combattimento in modo permanente nei Paesi a est della Germania, a meno che le condizioni di sicurezza degli Stati alleati non siano in pericolo;
evidentemente, i rappresentanti dei Paesi dell’Alleanza atlantica considerano cambiate queste condizioni, e nei fatti programmano delle azioni militari lungo quello che viene già chiamato «fronte orientale» e a cui il nostro Paese risponde con una presenza in Lettonia di 160 unità e 50 mezzi terrestri e con la messa a disposizione di 4 aerei per il pattugliamento dei cieli della Bulgaria;
con riferimento alle relazioni con la Russia non si può non tenere in considerazione la crescente tensione Est-Ovest e il continuo mutamento delle alleanze nel contesto geopolitico mondiale, soprattutto in relazione ai conflitti in corso, Siria in primis fra tutti;
negli ultimi tempi le relazioni tra Russia e USA si sono esacerbate a causa della situazione in Siria. Gli Stati Uniti avevano sospeso la collaborazione bilaterale con Mosca su questo problema. Le autorità russe a loro volta hanno sospeso la collaborazione con gli USA sulla sicurezza nucleare. Nel frattempo i russi hanno dislocato i missili balistici Iskander nell’enclave di Kaliningrad, mentre gli americani accusavano ufficialmente il Governo di Mosca di utilizzare gli hacker per alterare la campagna elettorale presidenziale che ha visto il successo di Donald Trump. Sullo sfondo una geopolitica di alleanze variabili e fatta di improvvise sterzate ed ora questa presenza più o meno aggressiva dell’alleanza lungo il confine orientale che non può che alimentare ulteriormente le tensioni, mentre al contrario occorrerebbe una politica improntata alla distensione delle relazioni fra le parti;
tensioni che si erano alzate anche tra la Russia e la Turchia dopo l’abbattimento del Sukhoi russo da parte delle forze di Ankara nel novembre 2015, per poi rientrare in nome della realpolitikdopo il fallito golpe in Turchia e in nome degli interessi dei due Paesi in Siria e nel Medioriente. L’Italia oggi è presente anche in Turchia con la missione «Active fence» che prevede 130 soldati basati lungo il confine turco-siriano, batterie antimissile e un aereo da cisterna per i rifornimenti dei velivoli radar NATO che operano nella regione;
alla luce di tale considerazioni occorre un cambio di rotta, che si sostanzi a partire dalla discontinuità nella partecipazione alle missioni internazionali, che devono essere interpretate non come una generica e dispersiva ricerca di prestigio sulla scena globale ma come rispondenti ad una visione strategica della politica estera del nostro Paese e su interventi umanitari pensati in una logica non securitaria,

autorizza le seguenti missioni e attività di cui alla Deliberazione del Consiglio dei ministri del 14 gennaio 2017:

   Joint Enterprise (missione NATO – scheda 1);
EULEX Kosovo (personale militare) (missione UE – scheda 2);
EULEX Kosovo (personale Polizia di Stato) (missione UE – scheda 3);
EULEX Kosovo (magistrati) (missione UE – scheda 4);
United Nations Mission in Kosovo UNMIK (missione ONU – scheda 5);
EUFOR ALTHEA (missione UE – scheda 6);
Missione bilaterale Forze di polizia in Albania (scheda 7);
United Nations Peacekeeping Force in Cyprus UNFICYP (missione ONU – scheda 8);
Sea Guardian (missione NATO – scheda 9);
EUNAVFORMED SOPHIA (missione UE – scheda 10);
United Nations Interim Force in Lebanon UNIFIL (missione ONU – scheda 12);
Missione bilaterale di addestramento delle Forze di sicurezza libanesi (scheda 13);
Temporary International Presence in Hebron TIPH2 (missione multilaterale – scheda 14);
Missione bilaterale di addestramento delle Forze di sicurezza palestinesi (scheda 15);
European Union Border Assistance Mission in Rafah EUBAM Rafah (missione UE – scheda 16);
European Union Police Mission for the Palestinian Territories EUPOL COPPS (personale della Polizia di Stato) (missione UE – scheda 17);
European Union Police Mission for the Palestinian Territories EUPOL COPPS (magistrati) (missione UE scheda 18);
Partecipazione alla Coalizione internazionale di contrasto alla minaccia terroristica del Daesh (scheda 19);
United Nations Military Observer Group in India and Pakistan UNMOGIP (missione ONU – scheda 20);
Impiego su basi bilaterali di personale militare negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrain, in Qatar e a Tampa per le esigenze connesse con le missioni internazionali in Medioriente e Asia (scheda 21);
United Nations Support Mission il Lybia UNSMIL (missione ONU – scheda 23);
Missione UE antipirateria denominata ATALANTA (missione UE – scheda 25);
Missione UE denominata EUTM Somalia (missione UE – scheda 26);
Missione UE denominata EUCAP Somalia (ex EUCAP Nestor) (missione UE – scheda 27);
Missione bilaterale di addestramento delle forze di polizia somale e gibutiane (scheda 28);
Impiego di personale militare presso la base nazionale nella Repubblica di Gibuti (scheda 29);
Missione UE denominata United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali MINUSMA (missione ONU – scheda 30);
Missione UE denominata EUTM Mali (missione UE – scheda 31);
Missione UE denominata EUCAP Sahel Mali (missione UE – scheda 32);
Missione UE denominata EUCAP Sahel Niger (missione UE – scheda 33);
Multinational Force and Observers in Egitto MFO (scheda 34);
Missione UE denominata EUBAM LIBYA (missione UE – scheda 35);
Impiego di un dispositivo aeronavale nazionale per la sorveglianza e la sicurezza dei confini nazionali nell’area del Mediterraneo centrale (operazione Mare Sicuro) (scheda 36);
Partecipazione al dispositivo NATO a difesa dei confini sud-orientali dell’Alleanza denominato «Active Fence» (scheda 37);
Partecipazione al dispositivo NATO per la sorveglianza dello spazio aereo dell’area sud-orientale dell’Alleanza (scheda 38);
Partecipazione al dispositivo NATO per la sorveglianza navale nell’area sud dell’Alleanza (scheda 39);
Partecipazione al dispositivo NATO Air Policing in Bulgaria (scheda 41);
Partecipazione al dispositivo NATO Interim Air Policing in Islanda (scheda 42);
esigenze comuni a più teatri operativi delle Forze armate per l’anno 2017 (scheda 43);
il supporto info-operativo a protezione delle Forze armate (scheda 44);
le iniziative di cooperazione allo sviluppo e di sminamento umanitario (scheda 45);
gli interventi di sostegno ai processi di pace, stabilizzazione e rafforzamento della sicurezza (Scheda 46);
la partecipazione alle iniziative delle organizzazioni internazionali per la pace e la sicurezza (scheda 47);
l’erogazione del contributo a sostegno delle Forze di sicurezza afghane, comprese le forze di polizia (scheda 48);
gli interventi operativi di emergenza e di sicurezza (scheda 49),

non autorizza le missioni di cui alle schede:

   11 (Resolute Support Mission),
22 (Operazione Ippocrate),
24 (Missione di assistenza alla Guardia costiera della Marina Militare libica),
40 (Enhaced Forward Presence),

e impegna altresì il Governo:

   1. con riferimento alla missione Sea Guardian (scheda 9) a proporre in sede NATO di inserire tra gli obbiettivi della missione il supporto alle attività di ricerca e soccorso in mare nelle aree marittime in cui insiste la missione;
2. con riferimento alla missione EUNAVFORMED operazione SOPHIA (scheda 10), ad attivare ogni iniziativa diplomatica per scongiurare il passaggio alla terza fase della missione;
3. con riferimento alla missione di partecipazione alla Coalizione internazionale di contrasto a Daesh (scheda 19) ad attivarsi in tutte le sedi internazionali per la predisposizione di un piano straordinario di aiuti umanitari nella zona della battaglia di Mosul che ha già provocato oltre 200 mila sfollati mentre almeno 750 mila persone risultano essere ancora imprigionate nella battaglia a Mosul Ovest;
4. con riferimento alla missione Mare Sicuro (scheda 36) a specificare tra gli obbiettivi primari della missione il supporto alle attività di ricerca e soccorso in mare e non soltanto la protezione delle unità navali nazionali impegnate in dette operazioni;
5. con riferimento alla missione Active Fence (scheda 37) ad attivarsi, in sede NATO, per far cessare la partecipazione italiana alla missione al 31 dicembre 2017;
6. con riferimento alla missione Proroga della partecipazione di personale militare al potenziamento del dispositivo NATO per la sorveglianza dello spazio aereo dell’area sud-orientale dell’Alleanza (scheda 38), ad attivarsi, in sede NATO, per far cessare la partecipazione italiana alla missione al 31 dicembre 2017;
7. con riferimento alla partecipazione al dispositivo NATO per la sorveglianza navale nell’area sud dell’Alleanza (scheda 39) a proporre in sede NATO di inserire tra gli obbiettivi della missione il supporto alle attività di ricerca e soccorso in mare nelle aree marittime in cui insiste la missione;
8. con riferimento alla partecipazione al dispositivo NATO Air Policing in Bulgaria (scheda 41) ad attivarsi, in sede NATO, per far cessare la partecipazione italiana alla missione al 31 dicembre 2017.
(6-00291) «Cimbro, Duranti».

INTERROGAZIONE MARINELLO, AP (NCD-CPE) SENATO, SU INTERVENTO AIA PER ARAS

Atto Senato

 

Interrogazione a risposta scritta 4-07128

presentata da

GIUSEPPE FRANCESCO MARIA MARINELLO
mercoledì 8 marzo 2017, seduta n.779

MARINELLO, PAGANO, TORRISI – Ai Ministri delle politiche agricole alimentari e forestali e della salute – Premesso che l’Associazione regionale allevatori della Sicilia (Aras) è stata costituita nel 1950 su iniziativa di alcuni consorzi provinciali di allevatori e fino ad oggi ha operato per tutti gli allevatori interessati ai programmi di miglioramento zootecnico della propria azienda;

considerato che, a quanto risulta agli interroganti:

il giudice fallimentare del Tribunale civile di Palermo, su istanza di alcuni lavoratori, ha proceduto a porre in fallimento l’associazione. È l’epilogo di una vertenza aggravata dal ricorso di 6 lavoratori, che reclamavano il pagamento degli stipendi arretrati;

la decisione ha delle conseguenze gravissime, devastanti soprattutto per gli allevatori, in quanto l’Aras fornisce un servizio pubblico, su deleghe dell’Aia (Associazione italiana allevatori), l’organismo nazionale di rappresentanza degli allevatori, che non può assolutamente essere interrotto;

oltre alle pesanti conseguenze occupazionali, la chiusura dell’Aras comporterà la sospensione dei controlli sugli allevamenti, che l’associazione svolgeva per conto dell’Aia. A quest’ultimo ente sono affidati per legge i controlli funzionali per la tenuta dei registri genealogici;

era noto da tempo che l’Aras navigasse in cattive acque, sia a causa del fatto che la Regione ha progressivamente diminuito negli anni il suo contributo economico, sia per colpa di una quasi decennale gestione commissariale, che non ha fatto altro che aggravare e accelerare il collasso organizzativo, finanziario ed amministrativo dell’ente;

una delle soluzioni fattibili per dare stabilità organizzativa all’associazione degli allevatori e serenità ai lavoratori era quella dell’accorpamento “in convenzione” delle funzioni, del personale, delle sedi e delle attrezzature dell’ente con l’Istituto sperimentale zootecnico della Sicilia; soluzione sempre ventilata, ma mai attuata concretamente;

considerato, inoltre, che:

a rischio adesso è l’intero comparto zootecnico dell’isola, in quanto l’Aras svolgeva un servizio essenziale per la certificazione della carne proveniente dagli allevatori, che, in mancanza di tale certificazione, non potrà più essere venduta;

a farne maggiormente le spese sono gli allevatori della provincia di Ragusa, dove si concentra un’ampia fetta della zootecnia siciliana. Già moltissimi di loro sono stati truffati dal fallimento della Ragusa Latte, una cooperativa di 160 aziende zootecniche, che improvvisamente ha registrato in poco tempo pesantissime passività a fronte di una situazione florida sino a qualche anno fa. Adesso devono anche subire il fallimento di un ente la cui direzione non ha fatto altro che dilapidare l’intero patrimonio attraverso assunzioni e spese di gestione alquanto superficiali, tra rimborsi spese, autovetture in leasing, promozioni e aumenti di stipendi ad alcuni dipendenti al fuori dal concerto sindacale e dal contratto nazionale di lavoro;

occorre trovare subito una soluzione per non disperdere la professionalità di questi dipendenti, per i quali va negoziato un ricollocamento in altri enti e istituti regionali, come l’Istituto sperimentale zootecnico per la Sicilia e l’Istituto zooprofilattico sperimentale per la Sicilia;

inoltre, l’Aia dovrebbe immediatamente riprendere su di sé la titolarità dei controlli, così come prevede la legge, e, nel frattempo, verificare se l’Istituto sperimentale zootecnico per la Sicilia e l’Istituto zooprofilattico sperimentale per la Sicilia siano nelle condizioni di assorbire il personale e di esercitare questi controlli, su delega dell’Aia stessa,

si chiede di sapere:

se non sia il caso di sollecitare con tutti i mezzi necessari l’Aia, l’associazione nazionale di riferimento, al fine di presentare un atto di reclamo finalizzato alla sospensione della sentenza del Tribunale fallimentare e di avviare un’interlocuzione con il curatore fallimentare per la ripresa delle attività dei lavoratori;

se non sia il caso, in attesa dei ricorsi giudiziari, di sollecitare l’Aia a riprendere immediatamente su di sé la titolarità dei controlli, così come prevede la legge, per non bloccare completamente le attività del settore;

se non sia il caso di avviare dei tavoli di concertazione, con la Regione Siciliana e gli enti locali maggiormente coinvolti, per verificare se l’Istituto sperimentale zootecnico per la Sicilia e l’Istituto zooprofilattico sperimentale per la Sicilia siano nelle condizioni di assorbire il personale dell’Aras e di esercitare i relativi controlli su delega dell’Aia stessa.

(4-07128)

INTERROGAZIONE SIBILIA, M5S CAMERA, SU FALDA ACQUIFERA MONTORESE — SOLOFRANA

Atto Camera

 

Interrogazione a risposta scritta 4-15843

presentato da

SIBILIA Carlo

testo di

Mercoledì 8 marzo 2017, seduta n. 755

SIBILIA. — Al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
il 4 aprile 1995 un’ordinanza del comune di Solofra (AV) fa divieto assoluto di utilizzo nel ciclo tecnologico di concia di alcune sostanze chimiche tra cui il tetracloroetilene e di provvedere all’istallazione di campionatore automatico per le aziende direttamente allacciate alla fognatura consortile;
il 14 aprile 1995 c’è la dichiarazione da parte della Presidenza del Consiglio di ministri dello stato di emergenza in ordine alla situazione socio-economica ed ambientale che si è determinata nel bacino idrografico del fiume Sarno con intervento mirato al completamento dello schema depurativo dell’Alto Sarno e alla definizione di quello del Medio Sarno;
nel 2009 da uno studio «Indirizzi ed azioni per la tutela della risorsa idrica e del paesaggio per il parco regionale dei monti Picentini» si evinceva, citando dati dell’Arpa Campania, che i pozzi di Chiusa (Montoro Superiore) e di Consolazione (Solofra) erano inquinati da tetracloroetilene;
nel gennaio del 2014 viene sospesa l’erogazione di acqua potabile a Motoro e Solofra;
il 12 febbraio 2014 lo scrivente presenta un’interrogazione a risposta in commissione, n. 5-02140;
il 24 febbraio 2014 c’è l’approvazione da parte dell’Ato Calore Irpino del piano per la messa in sicurezza di emergenza da attuarsi per il contenimento della contaminazione da tetracloroetilene nella falda profonda dell’area Solofrana-montorese (articolo 245 e 304 del decreto legislativo n. 152 del 2006);
il 30 ottobre 2014 lo scrivente presenta un’interrogazione a risposta scritta, n. 4-06677;
il 21 gennaio 2015 il sindaco di Montoro scrive alla procura della Repubblica, alla prefettura di Avellino, al Ministero dell’ambiente, agli assessori regionali Romano e Cosenza, ad Arpac e Asl pregandoli di intervenire per quanto di competenza sulla vicenda ambientale torrente Solofrana;
l’11 marzo 2015 a Montoro si riscontra la presenza di metalli pesanti superiori alla norma sui suoli interessati dall’esondazione della Solofrana il primo settembre 2014, accertata dai verbali dei rapporti di prova effettuati dall’Arpac. Il sindaco Mario Bianchino emette ordinanza di divieto ai fini cautelari della «coltivazione per derrate alimentari sui terreni invasi»;
il 9 giugno 2015 a Montoro si vieta l’utilizzo ad uso umano dell’acqua dei pozzi Piazza di Pandola e Valchieria per concentrazione di nitrato superiore al valore consigliato;
il 16 luglio 2015 c’è l’approvazione da parte dell’Ato del progetto esecutivo del piano di caratterizzazione delle aree interessate dal fenomeno dell’inquinamento da tetracloroetilene della falda Solofrana montorese in provincia di Avellino;
il 21 agosto 2015 le analisi dell’Arpac effettuate sulle acque della Solofrana evidenziano la presenza di cromo e alluminio in valori al di sopra dei parametri fissati per legge;
nel corso del 2016 si forma un comitato di cittadini attivi prevalentemente montoresi, che, spinti dal silenzio istituzionale e dall’esasperazione di subire sversamenti quotidiani, decidono di pattugliare fisicamente vari punti del fiume, coinvolgendo le forze dell’ordine, i sindaci, l’Arpac;
il 21 dicembre 2016, con decreto dirigenziale 1031 la regione Campania stanzia 1 milione e 200 mila euro, attinti dal Por 2014/2020, per il piano di caratterizzazione comprendente l’area solofrana — montorese. L’intervento servirà a monitorare il processo della contaminazione della falda acquifera da tetracloroetilene, che portò alla chiusura di due pozzi a Solofra ed uno a Montoro;
a fine marzo 2017 il comitato dei cittadini ambientalisti terrà una marcia per tenere alta l’attenzione sul problema degli sversamenti illeciti registrati anche in queste settimane nel fiume Solofrana –:
quali iniziative, per quanto di competenza, il Ministro interrogato intenda porre in essere in via prioritaria ed urgente al fine di risolvere la grave situazione di inquinamento in cui versa la falda acquifera montorese — Solofrana.
(4-15843)

INTERROGAZIONE TOFALO, M5S CAMERA, SU PIANO URBANISTICO MERCATO SAN SEVERINO

Atto Camera

 

Interrogazione a risposta scritta 4-15844

presentato da

TOFALO Angelo

testo di

Mercoledì 8 marzo 2017, seduta n. 755

TOFALO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
il comune di Mercato San Severino appartenente alla comunità montana della Valle dell’Irno, in provincia di Salerno, con delibera di consiglio comunale n. 5 del 6 dicembre 2011 approvava il nuovo piano urbanistico comunale, in osservanza della legge della regione Campania n. 16 del 2004;
con tale strumento urbanistico si metteva finalmente da parte il vecchio programma di fabbricazione redatto negli anni settanta, ormai non più in grado di rispondere alle esigenze di sviluppo della comunità locale;
il territorio, in modo particolare negli anni novanta, è stato sottoposto ad un enorme processo di cementificazione. Tanto massiccia è stata l’azione edificatoria che ancora oggi molte decine di appartamenti, costruiti ormai da anni, risultano sfitti e/o invenduti. Se poi si considera tutta l’edificazione storica propria dei nuclei antichi, l’edilizia speculativa degli anni settanta, nonché la presenza di un grosso centro di depurazione delle acque a servizio territoriale si può affermare che poco e niente è stato lasciato;
il nuovo piano ha previsto la trasformazione di ulteriore 1.698.000 metriquadrati di suolo agricolo a suolo edificabile;
nei soli ambiti di trasformazione integrata, applicando gli indici di fabbricabilità previsti, si potranno costruire circa 9000 nuovi vani per un incremento di 8000 abitanti. Considerato che l’incremento di popolazione previsto dal piano non si è verificato, secondo dati Istat dal 2001 al 2016 la popolazione è cresciuta di soli 2000 abitanti, si registra già, al netto degli interventi previsti dal Piano urbanistico comunale, un eccesso di qualche migliaia di unità abitative già costruite. L’applicazione di questo piano comporterebbe la completa cementificazione del territorio sanseverinese, per rendere l’idea, la somma delle superfici dei 44 ambiti di trasformazione è pari a quella di 280 campi di calcio;
accanto all’aspetto urbanistico-ecologico, si affianca un non meno importante problema di natura economico-fiscale che ha coinvolto un cospicuo numero di famiglie sanseverinesi;
con l’approvazione del Piano urbanistico comunale e in ottemperanza all’articolo 36, comma 2, del decreto-legge n. 223 del 2006 convertito dalla legge n. 248 del 2006, le aree ricadenti nei 44 ambiti di trasformazione hanno visto modificare la loro destinazione d’uso da agricolo a edificabile, comportando quindi nel calcolo dei versamenti Imu, un aggravio di spesa insopportabile dai più e soprattutto da parte di chi di agricoltura vive. Quasi 400 famiglie hanno visto, a partire dal 2010, passare l’imposta sugli stessi terreni da 400 euro a 6000/10.000 euro annui. Nei diversi ambiti previsti dal Piano urbanistico comunale il comune ha provveduto ed attribuito d’ufficio il valore venale ai terreni nei diversi ambiti, valore che determina l’imponibile per il calcolo dell’imposta Imu. Tale attribuzione, visto l’alto indebitamento dell’ente, confermato dalle verifiche effettuate dai commissari in seguito allo scioglimento del consiglio comunale, si è posizionato su numeri piuttosto alti, con lo scopo evidente di aumentare le entrate. In alcuni ambiti di trasformazione integrata, i terreni che prima avevano un reddito dominicale pari a circa 4,40 euro a metroquadrato si sarebbero visti attribuire dai tecnici comunali, a quanto consta all’interrogante, un valore venale di 97,06 euro a metroquadrato; pertanto, chi possiede 1000 metriquadrati in tale ambito passa da una imposizione comunale di circa 50 euro/anno a circa 1000 euro/anno –:
se il Governo intenda assumere iniziative per modificare l’articolo 36, comma 2, del decreto-legge n. 223 del 2006 convertito dalla legge n. 248 del 2006, in modo che i piani abbiano inizio solo dalla data di approvazione dei piani attuativi. (4-15844)

RISOLUZIONE FEDRIGA, LNA CAMERA, SU POLITICHE EUROPEE

Atto Camera

 

Risoluzione in Assemblea 6-00298

presentato da

FEDRIGA Massimiliano

testo di

Mercoledì 8 marzo 2017, seduta n. 755

La Camera
ascoltate le comunicazioni del Presidente del Consiglio in vista della prossimo Consiglio Europeo;
premesso che:
il contesto internazionale nel quale l’Unione Europea è calata attraversa una fase di evoluzione accelerata, soprattutto in conseguenza del cambio di Amministrazione negli Stati Uniti, al quale dovrebbero far seguito importanti mutamenti nell’approccio di Washington agli affari mondiali, dalla gestione del commercio internazionale ai rapporti con le altre grandi potenze;
è certo che del probabile quanto imminente cambio di paradigma da parte americana faccia parte la rinuncia al perseguimento del TTIP, la Partnership Transatlantica del Commercio e degli Investimenti, che rappresentava invece un architrave della politica estera dell’Amministrazione Obama;
si stanno inoltre meglio definendo i contorni dell’ambizioso progetto cinese di rivitalizzazione della via della Seta, che ha preso corpo sullo sfondo di una crescita dell’interscambio euro-cinese;
le politiche perseguite dall’Unione europea per il rafforzamento del mercato unico in termini di libera circolazione di capitali e merci prevedono, fra l’altro, un maggiore ricorso al metodo bilaterale, che in nome della stimolazione della competizione rischia di estromettere dal mercato le imprese di più piccole dimensioni, esponendole all’aggressiva concorrenza di Paesi le cui regole di mercato sono molto meno stringenti delle nostre, a danno della qualità delle merci, dell’ambiente e della salute stessa dei consumatori;
le recenti dichiarazioni della Cancelliera Merkel sull’Europa a più velocità consistono in una vera e propria rinuncia al progetto di un’Europa che cresca armonicamente allo stesso ritmo in tutti i Paesi membri; infatti i diversi livelli di sviluppo e tassazione dei vari Stati della zona euro impongono a questo punto l’adozione di misure diverse da quelle orientate al sistema di mercato concorrenziale finora attuato;
in un’Europa a geometria variabile le norme vigenti in materia fiscale ed economica producono effetti dannosi quali la delocalizzazione ed il dumping. Fenomeni che assumono ancor più gravità se le imprese che delocalizzano lo fanno servendosi degli incentivi statali del Paese di origine, licenziando la manodopera locale e rivendendo il prodotto finito al Paese di provenienza ad un costo estremamente più alto rispetto a quello di produzione in una logica di massimizzazione del profitto;
la ripresa europea permane complessivamente fiacca, non uniforme ed incapace di generare adeguati incrementi dell’occupazione, particolarmente nel nostro Paese, circostanza che dovrebbe indurre un ripensamento delle politiche economiche attuate in primo luogo nell’Eurozona;
l’impatto della regolamentazione europea relativa ai servizi del mercato interno, ha prodotto in alcuni settori strategici per l’economia italiana diverse problematiche, con particolare riferimento alle concessioni per il commercio sulle aree pubbliche e per il demanio marittimo;
lo sviluppo del settore dei servizi deve essere perseguito in maniera equilibrata e sostenibile e comunque in modo tale da non pregiudicare la crescita e i livelli occupazionali esistenti nei paesi membri dell’Unione europea;
con riguardo alla crescita economica e salariale, l’Italia continua a registrare una tassazione sul lavoro ben al di sopra della media europea che, in combinato con la scorretta politica salariale di taluni Paesi membri (vero e proprio dumping salariale), di fatto pone tali Paesi nella condizione di sottrarre capacità produttiva ai partner europei e l’Italia nella fattispecie in condizioni di non competitività;
non accenna ad attenuarsi l’emergenza migratoria, che vede il nostro Paese in prima fila e l’Unione europea impegnata militarmente nel Mediterraneo con risultati che rimangono purtroppo insoddisfacenti;
non pare una soluzione praticabile una politica di ripartizione degli aspiranti rifugiati, mentre sta assumendo maggiore urgenza, come evidenziato anche recentemente dalla Commissione europea nonostante il piano di azione sul rimpatrio dell’Unione europea ancora del settembre 2015, la necessità di attuare il respingimento ed il rimpatrio dei migranti economici di cui non sia stata accolta la richiesta di protezione internazionale, stimati ad oggi in un milione circa e destinati ad aumentare rapidamente per effetto dei continui arrivi;
in assenza di certezze sul piano dei respingimenti e dei rimpatri dei migranti irregolari, nessun Paese europeo accetterà facilmente di ospitare aspiranti profughi giunti in un altro Paese;
in questo contesto, la transizione alle fasi più incisive della missione EUNAVFOR MED appare di particolare rilevanza;
appare altresì interessante, ed assolutamente da esplorare, una politica di maggiore presenza dell’Europa nei Paesi africani di partenza e in quelli di transito dei migranti economici e degli aspiranti profughi lungo le rotte che dal Corno d’Africa e dall’Africa occidentale conducono rispettivamente verso Niger e Sudan, prima di approdare alle coste libiche;
sul versante della sicurezza e della difesa, la circostanza che la prosecuzione dell’impegno statunitense a proteggere gli alleati europei della NATO, la gran parte dei quali è membro dell’Unione europea, sia stata recentemente subordinata al fatto che le spese militari raggiungano la soglia del 2 per cento del Pil, rappresenta una sfida rispetto alla quale urge una presa di posizione dell’Unione europea;
il terrorismo di matrice jihadista rimane una minaccia tanto interna quanto esterna che grava su tutti i Paesi dell’Unione Europea e va affrontata migliorando la cooperazione tra le intelligence e le polizie degli Stati membri, sottolineando tuttavia come il primo, essenziale, coordinamento è quello che ciascun paese è chiamato a realizzare al proprio interno,

impegna il Governo:

 1) a sollevare in ambito europeo la questione di una rinuncia consensuale di Ue e Stati Uniti al TTIP;

2) a sollecitare misure di politica commerciale che prevengano il possibile tentativo cinese di recuperare in Europa parte del surplus commerciale alla quale la Repubblica Popolare sarà probabilmente presto costretta a rinunciare nei suoi scambi bilaterali con gli Stati Uniti;

3) a ribadire la necessità, nell’ambito dell’attuazione delle politiche commerciali per il rafforzamento del mercato unico, di adottare un approccio sistemico che favorisca l’apparato produttivo italiano, ed in particolare il comparto manifatturiero e agroalimentare, permettendo di sostenere le eccellenze italiane, preservandole dall’aggressiva concorrenza di Paesi le cui regole di mercato sono molto meno stringenti delle nostre, a danno della qualità delle merci, della salute e dell’ambiente;

4) a promuovere nelle opportune sedi europee l’adozione di nuove misure economiche e fiscali che obblighino le imprese che beneficiano di contributi e/o agevolazioni statali di qualsiasi natura, da un lato alla restituzione degli stessi nel caso in cui delocalizzino la produzione e riducano il personale locale impiegato, e dall’altro al pagamento di un’imposta sulla circolazione dei beni che sono stati prodotti nel Paese in cui è stata delocalizzata la produzione.

5) a proporre nelle sedi opportune le necessarie modifiche alla direttiva sui servizi affinché venga salvaguardata la specificità dei settori citati nelle premesse per non pregiudicarne la crescita ed i livelli occupazionali;

6) ad adoperarsi per reperire risorse da destinare alla riduzione stabile e permanente del costo del lavoro, indispensabile a fronteggiare la competizione intraeuropea, attraverso misure di detassazione ed al contempo di decontribuzione senza intaccare l’ammontare del futuro trattamento pensionistico;

7) ad assumere iniziative per prevedere, al fine della semplificazione del costo del lavoro sia in termini burocratici che fiscali, l’apposizione di una Tax Rate omnicomprensiva affinché l’impresa sappia immediatamente quale sia il costo del dipendente e non debba dedicare molte ore nelle procedure fiscali per effettuare i numerosi e diversificati versamenti allo Stato (contributi, erario, assicurazione, assistenza);

8) ad esigere in ambito europeo una politica di contenimento dei flussi migratori che enfatizzi il respingimento dei «finti profughi», in primo luogo con una incisiva campagna di rimpatri che serva a modificare le percezioni di coloro che ambiscono ad entrare nell’Unione europea, considerato che occorre stabilire nei confronti dei migranti economici un’efficace dissuasione, se necessario sottraendo le spese per i rimpatri dall’applicazione del Patto di Stabilità;

9) ad adottare le opportune iniziative volte a vietare la libera circolazione sul territorio nazionale degli immigrati che ancora non abbiano ottenuto forme di protezione nazionale e internazionale;

10) in questo contesto, ad esercitare le opportune iniziative affinché in ambito europeo si raggiunga un accordo circa il fatto che la forza militare, inclusa quella di cui dispone l’EUNAVFOR MED, va utilizzata per proteggere i confini marittimi dello spazio unico europeo, anche in cooperazione con l’Alleanza Atlantica, anziché come troppo spesso fatto finora per agevolare i migranti a raggiungere il nostro Continente;

11) ad appoggiare inoltre qualsiasi proposta vada nella direzione della creazione di centri di accoglienza e per l’esame delle domande di protezione internazionale direttamente sul suolo africano, ad esempio in Niger, in Etiopia o nell’Egitto meridionale;

12) sul versante della sicurezza e della difesa, a sollecitare nell’ambito del Consiglio europeo una riflessione realistica circa le conseguenze del cambio di paradigma che la nuova Amministrazione americana si accinge ad imporre alla politica estera degli Stati Uniti, deliberando in particolare sull’opportunità o meno di sottrarre al rispetto del Patto di Stabilità le maggiori spese militari richieste da Washington per raggiungere la soglia del 2 per cento del Prodotto interno lordo;

13) ad invitare tutti i Paesi membri dell’Unione europea a valutare più realisticamente le possibilità di sviluppo di capacità militari comuni, dal momento che il loro allestimento equivarrebbe a sancire una perdita di sovranità molto rischiosa in tempi di crescente instabilità e percezioni nazionali degli interessi e delle minacce tanto differenziate anche nell’ambito dell’Unione europea;

14) ad evidenziare, in materia di lotta al terrorismo di matrice jihadista, la necessità di realizzare un primo, essenziale, livello di coordinamento tra le intelligence e le forze di polizia all’interno di ciascun Paese membro dell’Unione europea, assenza del quale, infatti, nessuna cooperazione transnazionale tra le intelligence e le forze di polizia dei singoli Stati europei ha alcuna speranza di successo.
(6-00298) «Fedriga, Giancarlo Giorgetti, Guidesi, Molteni, Busin, Simonetti, Gianluca Pini, Saltamartini, Allasia, Attaguile, Borghesi, Bossi, Caparini, Castiello, Grimoldi, Invernizzi, Pagano, Picchi, Rondini».

RISOLUZIONE RAMPELLI, FDI-AN CAMERA, SU NUOVO PROCESSO DI INTEGRAZIONE EUROPEA

Atto Camera

 

Risoluzione in Assemblea 6-00304

presentato da

RAMPELLI Fabio

testo di

Mercoledì 8 marzo 2017, seduta n. 755

La Camera,
udite le comunicazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri sulla riunione del Consiglio europeo del 9 e 10 marzo 2017,
premesso che:
il 25 marzo 2017 si celebra il sessantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma, istituivi della Comunità europea, e prossimamente si terrà una seduta all’assemblea parlamentare di Strasburgo, in cui avrà luogo un primo confronto degli Stati membri sul futuro dell’Unione europea in vista della dichiarazione di Roma e degli incontri che si terranno nella capitale a latere delle celebrazioni;
la Dichiarazione di Roma dovrà essere l’inizio di una nuova fase della politica europea, che nell’ultimo decennio ha dimostrato tutti i propri limiti, primo passo verso una riscrittura sia dei Trattati istitutivi sia di tutti quelli di maggiore rilevanza, garantendo attraverso di essi il pieno rispetto dei fondamenti della democrazia, il primato dei popoli sulle esigenze finanziarie, il rispetto e la tutela delle capacità economiche e produttive delle singole fazioni e la gestione unitaria di servizi strategici come l’energia o la difesa;
l’Unione, così come attualmente configurata e operante, infatti, è assai lontana dall’idea dei padri fondatori, che sognavano un’unificazione politica e sociale del continente europeo che potesse scongiurare future guerre e cementare una comunione di ideali tra i suoi abitanti;
nell’attuazione pratica, tuttavia, l’Unione europea non funziona e non ha mai funzionato a causa di una pessima gestione, che l’ha resa schiava di una tecnocrazia che ha schiacciato i popoli, l’ha sottomessa al primato della finanza sulla politica, l’ha resa vittima dello strapotere delle banche e delle lobby dei poteri forti e, non ultimo, l’ha esposta al gigantismo della Germania;
al primo punto dell’ordine del giorno della seduta del Consiglio vi sono le questioni economiche, con particolare riferimento all’analisi della situazione economica e degli squilibri macroeconomici sulla base delle relazioni per Paese pubblicate dalla Commissione europea;
la relazione relativa all’Italia evidenzia «squilibri macroeconomici eccessivi», rispetto ai quali l’Unione ha già chiesto al Governo di apportare delle correzioni al fine di evitare di incorrere in una procedura sanzionatoria per deficit eccessivo;
nel corso del vertice di Versailles i leader di Germania, Francia, Spagna e Italia, le prime quattro potenze demografiche ed economiche del continente, hanno dichiarato ufficialmente che per dare nuovo impulso all’Europa occorrono urgentemente «cooperazioni rafforzate e geometrie variabili», rispolverando, in sostanza, le vecchie teorie sull’Europa a due (o più) velocità;
la manovra correttiva che ci chiede l’Unione europea, le cui misure sono attualmente ancora al vaglio dell’esecutivo, rischia di produrre più danni che altro, ricorrendo a un ennesimo aumento della tassazione che diminuirà i consumi e continuerà a frenare la ripresa della nostra economia nazionale;
nell’ambito delle tematiche di natura economica all’esame del Consiglio vi sono anche gli accordi commerciali e appare opportuno richiamare l’attenzione sui negoziati con gli Stati Uniti per il partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti, suscettibili di dare luogo alla firma di un accordo ben lontano dalla «politica commerciale utilizzata come veicolo per la promozione dei principi e dei valori europei a partire dalla democrazia e dai diritti umani, ma anche della visione dell’Unione europea in materia di ambiente, diritti sociali e del lavoro, o sviluppo»;
il mandato assegnato al Consiglio in qualità di negoziatore del trattato, infatti, al di là di una coerenza formale con i principi dell’Unione europea, conferma la assoluta incertezza del quadro negoziale e il rischio concreto che questo accordo possa rivelarsi, anziché una fonte di crescita e sviluppo reciproci, una minaccia per interi comparti produttivi italiani ed europei;
il mandato, infatti, non scioglie positivamente i nodi collegati agli effetti del partenariato transatlantico rispetto al sistema delle piccole e medie imprese, agli standard europei di salute e sicurezza della filiera agroalimentare e di tutela ambientale, al riconoscimento delle indicazioni d’origine ed al contrasto della contraffazione, alla risoluzione delle controversie tra investitore e Stato, ai diritti del lavoro, alla liberalizzazione dei servizi e degli appalti pubblici;
nelle sedute del 9 e 10 marzo il Consiglio dovrà, inoltre, affrontare la questione dell’emergenza migratoria e dell’approccio dell’Europa a tale fenomeno;
il 3 febbraio 2017 è stata adottata la «Dichiarazione di Malta dei membri del Consiglio europeo sugli aspetti esterni della migrazione: affrontare la rotta del Mediterraneo centrale», con la quale, muovendo dal dato numerico che «sulla rotta del Mediterraneo centrale, tuttavia, nel 2016 si sono registrati più di 181.000 arrivi, mentre il numero di persone morte o disperse in mare ha raggiunto un nuovo record ogni anno a partire dal 2013», gli Stati firmatari esprimono la propria determinazione «a prendere ulteriori misure per ridurre in maniera significativa i flussi migratori lungo la rotta del Mediterraneo centrale e smantellare il modello di attività dei trafficanti, rimanendo al contempo vigili riguardo alla rotta del Mediterraneo orientale e ad altre rotte»;
tra le ipotesi allo studio vi sarebbe anche quella di creare una line of protection, di fatto un blocco navale da realizzare con unità e uomini libici finanziati dalla Commissione con duecento milioni di euro a valere sul fondo fiduciario dell’Unione europea per l’Africa, volto a costituire una prima linea di difesa per impedire le partenze, dietro alla quale dovrebbero continuare ad operare le navi europee della missione «Sophia», con lo scopo di soccorrere i migranti alla deriva e di distruggere i barconi catturati;
dopo la chiusura della rotta balcanica i migranti che salpano dalle coste libiche verso l’Italia e l’Europa meridionale rappresentano il novanta per cento del totale e, dopo l’aumento del 18 per cento degli ingressi clandestini registrato già nel 2016, per l’anno in corso l’Unione ha preso atto del fatto che «non ci sono indicazioni che il trend possa cambiare finché non migliorerà la situazione economica e politica» nei paesi di origine e in Libia, e ha stimato le persone pronte a partire dalla Libia nel corso della prossima estate tra settecentomila e il milione;
sino ad oggi l’unico intervento promosso dall’Unione europea a contrasto dell’immigrazione illegale verso le nazioni europee che ha ottenuto successo è stata la chiusura della cosiddetta rotta balcanica, mentre è completamente fallito il piano dei ricollocamenti e, sinora, anche i primi tentativi di accordo con la Libia e con le nazioni dell’Africa settentrionale e subsahariana per combattere il traffico di esseri umani, non fanno significativi progressi, né la missione EunavforMed, ora rinominata in «Operazione Sophia», né le attività dell’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera;
quest’ultima, istituita nell’ottobre 2016 per rafforzare le frontiere esterne dell’Unione, monitorando da vicino le frontiere e collaborando con gli Stati membri per individuare rapidamente e affrontare le potenziali minacce, non ha funzioni operative sufficientemente efficaci;
per quanto riguarda, invece, la missione EunavforMed, la stessa è ferma da ormai diciotto mesi alla seconda fase, prorogata sino al 27 luglio 2017 e non sembra avviata all’operatività della terza fase, nell’ambito della quale sarebbe finalmente possibile neutralizzare le imbarcazioni e le strutture logistiche usate dai contrabbandieri e trafficanti sia in mare che a terra e quindi contribuire agli sforzi internazionali per scoraggiare gli stessi contrabbandieri nell’impegnarsi in ulteriori attività criminali,

impegna il Governo

1) ad attivarsi affinché sia recepita la necessità che l’Unione europea non attui politiche depressive verso gli Stati membri costringendoli in un circolo vizioso che cercando di sanare il debito attraverso l’inasprimento delle politiche fiscali o attraverso !a vendita delle aziende di Stato determini il perdurare della mancata ripresa economica;

2) ad adottare le iniziative necessarie affinché in sede di negoziato per il Ttip trovino adeguata tutela gli interessi nazionali ed europei, garantendo il mantenimento della maggiore tutela dei consumatori prevista dalle normative comunitarie, e affinché sia data adeguata pubblicità al negoziato stesso;

3) a promuovere l’avvio di un nuovo processo di integrazione europea, volto a realizzare istituzioni che siano effettivamente rappresentative dell’espressione della volontà popolare, garantendo all’Italia il mantenimento della propria sovranità e l’autonomia delle proprie scelte;

4) a promuovere l’adozione di una politica migratoria comune, ispirata al principio del burden sharing, che garantisca la realizzazione di una politica comune d’asilo e una strategia unitaria di contrasto alle migrazioni irregolari, anche attraverso l’attuazione del piano di ricollocazioni;

5) a proseguire le iniziative volte alla realizzazione dei controlli alle frontiere esterne dell’Unione europea attraverso la modifica dei compiti e il potenziamento dei mezzi attribuiti all’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera;

6) a sostenere ogni iniziativa in ambito europeo e internazionale finalizzata a intensificare la collaborazione con la Libia quale principale Paese di partenza dei migranti e con i suoi vicini in Africa settentrionale e sub sahariana;

7) a sollecitare la rapida conclusione degli accordi di riammissione tra Unione europea e i Paesi di provenienza dei migranti, al fine di rendere più agevoli le procedure di rimpatrio di coloro che non hanno diritto a misure di protezione, e ad applicare le stesse in ambito nazionale;

8) a promuovere il varo della risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che possa dare avvio alla terza fase di EunavforMed, al fine di contrastare con maggiore efficacia i trafficanti di esseri umani.
(6-00304) «Rampelli, Cirielli, La Russa, Giorgia Meloni, Murgia, Nastri, Petrenga, Rizzetto, Taglialatela, Totaro».

INTERROGAZIONE IDEM, PD SENATO, SU DISOCCUPAZIONE E PRECARIATO

Atto Senato

 

Interrogazione a risposta scritta 4-07127

presentata da

JOSEFA IDEM
mercoledì 8 marzo 2017, seduta n.779

IDEM, ICHINO, PUPPATO, LAI, SCALIA, FRAVEZZI, BENCINI, Maurizio ROMANI, D’ADDA, SPILABOTTE, GIACOBBE, DALLA ZUANNA, SPOSETTI, ORELLANA, PEZZOPANE, FASIOLO, PAGLIARI, FUCKSIA, BIGNAMI, MASTRANGELI – Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali – Premesso che, a quanto risulta agli interroganti:

alcune settimane fa numerosi giornali hanno riportato il testo integrale di una lettera lasciata da un trentenne di Udine, Michele, che si è tolto la vita, motivando le ragioni che lo hanno spinto a compiere tale scelta; sintetizzando un contenuto piuttosto articolato ed eterogeneo è stato scritto che Michele è stato “ucciso dal precariato”;

all’interno della missiva, quello che emerge e colpisce maggiormente, oltre al tema della precarietà dell’occupazione, è la totale mancanza di prospettive e di visioni sul futuro professionale e sul proprio ruolo all’interno della comunità;

purtroppo, la questione del precariato riguarda da vicino una buona parte dei giovani italiani che si trovano quotidianamente ad affrontare problemi ricorrenti quali: la ricerca di un impiego fisso, la frustrazione che deriva da ricorrenti colloqui con esito negativo, la bassa remunerazione (spesso posta in relazione al livello delle competenze di cui si è in possesso), le speranze disattese;

tali frustrazioni in ambito lavorativo e sociale, influenzando la qualità della vita, incidono notevolmente sul benessere psicologico personale di molti giovani;

quindi, se da una parte c’è da combattere l’avvilimento psicologico, che deriva dalla mancanza di prospettive per l’ottenimento di un impiego soddisfacente e stabile, dall’altra, compito imprescindibile dello Stato è rimuovere gli ostacoli che impediscano il raggiungimento di tale obiettivo;

se il Governo lavora quotidianamente sulle politiche per l’occupazione attuali è parimenti necessario, a giudizio degli interroganti a beneficio delle generazioni future e in una visione prospettica di più lungo periodo, porre le basi per costruire le politiche del domani, onde contrastare la piaga di un precariato sempre più dilagante, al fine di approfondire: le modalità con cui evolve la richiesta di lavoro, quali saranno i mestieri più richiesti in Italia, come combinare l’utilizzo delle nuove tecnologie con i saperi e i mestieri tradizionali;

da un punto di vista comparato, altri Paesi stanno già investendo in tema di studi appositi che forniscano tali previsioni: gli Stati Uniti d’America, al riguardo, si pongono all’avanguardia nello studio delle professioni del futuro, per cercare di adattare continuamente, nel miglior modo possibile, le professioni tradizionali al nuovo contesto socio-economico nazionale e globale (i settori maggiormente all’avanguardia sono stati individuati in quelli ad alto contenuto tecnologico e della green economy; tra l’altro, è recentissimo il dibattito sul sempre maggiore utilizzo di robot e macchine nei processi di produzione al posto dell’uomo, nell’ambito delle attività in cui la meccanizzazione assume sempre più rilevanza);

d’altra parte, nel contesto della continua evoluzione tecnologica e di sempre maggiori processi di spersonalizzazione dell’attività lavorativa umana (un esempio calzante può farsi nelle scelte compiute dall’autorità portuale di Amburgo, che ha deciso di utilizzare procedimenti automatizzati in luogo dell’attività dell’uomo per lo spostamento dei container) bisogna ricercare nuovi modi di concepire i rapporti, in modo da poter indirizzare in modo più consapevole le professioni del domani (sempre ad Amburgo si stanno studiando soluzioni per non creare disoccupazione dai mestieri ‘scomparsi’ per via della sostituzione dell’opera umana);

in quest’ottica, in Italia, ad esempio, si potrebbe partire da settori “trainanti” per l’economia, quali l’agroalimentare o il turismo nelle sue varie accezioni (ma anche, per esempio: assistenza medica e paramedica alle persone; istruzione e formazione permanente; nuovi servizi alla persona, alla famiglia e alle comunità locali, con particolare riferimento alle persone non autosufficienti e alla lotta alla povertà infantile; ricerca demoscopica, in tutte le direzioni utili per migliorare i servizi alla persona e alla famiglia) ricercando soluzioni rivolte, per quanto possibile, a rendere maggiormente efficace l’ingresso e la permanenza nel mondo professionale dei giovani (all’esito, quindi, dei diversi percorsi di studio e formazione);

si potrebbe pensare, dunque, nell’ambito dell’autonomia organizzativa del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, anche all’interno di una delle direzioni, già operante a norma delle disposizioni regolamentari sull’organizzazione del Dicastero, di avviare un’unità sperimentale, che sia rivolta in via specifica all’elaborazione di piani strategici di medio-lungo periodo sui mestieri del futuro;

i piani, ad esempio, potrebbero essere rivolti all’elaborazione su larga scala di misure e strumenti che, guardando alle peculiarità e alle sofferenze del mercato del lavoro in Italia, prospettino soluzioni idonee a coniugare la duplice esigenza di integrare l’utilizzo delle nuove tecnologie per nuovi o rinnovati mestieri (anche riadattando professioni tradizionali) e stimolare, al contempo, nuovi processi di istruzione e formazione,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non intenda attivarsi al fine di avviare, anche in via sperimentale e con l’eventuale collaborazione di enti di diritto privato e pubblico, che già si occupino della materia, studi tesi a comprendere trend attuali e futuri panieri lavorativi, al fine di anticipare strategie tese ad aiutare i giovani di oggi ad orientarsi in un panorama occupazionale del tutto in divenire;

se intenda promuovere l’adozione di strategie tese ad integrare l’utilizzo delle nuove tecnologie con il lavoro dell’uomo, attraverso programmazioni di medio-lungo periodo, per abbattere i tassi di disoccupazione e di precariato e per sviluppare i nuovi settori, in cui possa materializzarsi la trasformazione di mestieri e professioni tradizionali altrimenti destinati a scomparire;

qualora tali studi siano già stati messi in pratica all’interno del settore pubblico, quali siano i risultati ottenuti finora e quali gli indirizzi futuri.

(4-07127)

INTERROGAZIONE GALLINELLA, M5S CAMERA, SU OBBLIGO INDICAZIONE IN ETICHETTA DEL PAESE DI PRODUZIONE

Atto Camera

 

Interrogazione a risposta in commissione 5-10771

presentato da

GALLINELLA Filippo

testo di

Mercoledì 8 marzo 2017, seduta n. 755

GALLINELLA, GAGNARLI e L’ABBATE. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
nel dicembre 2017 è stato introdotto, ancorché in via sperimentale, l’obbligo di indicare nell’etichetta del atte e dei prodotti da esso derivati, commercializzati in Italia, la duplice menzione del Paese di mungitura e quello di condizionamento o trasformazione, ovvero dei «Paesi Ue» o «non Ue» nel caso in cui le predette operazioni avvengano in più Stati membri o Paesi terzi;
analoga sperimentazione è in corso di finalizzazione relativamente alla filiera delle materie prime grano-pasta, a dimostrazione del fatto che la tracciabilità del prodotto è senz’altro veicolo prezioso per la valorizzazione e promozione del « made in Italy» oltre che strumento indispensabile per la determinazione di scelte consapevoli da parte del consumatore;
come è noto il settore risicolo nazionale, a seguito della liberalizzazione delle importazioni stabilite dai recenti accordi commerciali tra Unione europea e Paesi meno avanzati, attraversa una pesantissima crisi che interessa sia il comparto del riso lavorato che quello del risone;
la crisi del settore è certificata dalla stessa Commissione europea che ha preventivato, per la campagna in corso, rimanenze finali (e cioè riso non collocato sul mercato) pari a 585 mila tonnellate, circa un terzo dell’intera produzione comunitaria. Anche in questo caso, un altro record negativo, considerato che le misure di intervento sono sostanzialmente inefficaci. Questo stato di cose ha portato gli agricoltori a diminuire del 40 per cento la superficie a riso Indica — quello maggiormente concorrenziato dal prodotto di importazione dai Paesi meno sviluppati — e ad aumentare nel contempo del 14 per cento la superficie a riso japonica, creando in tal modo i presupposti per lo squilibrio di mercato di tutte le due tipologie di prodotto con il conseguente crollo delle quotazioni dei risoni delle ultime settimane –:
se il Ministro interrogato non ritenga di adottare le iniziative volte a introdurre, ancorché in via sperimentale, anche per la filiera risicola l’obbligo di indicazione in etichetta del Paese di produzione al fine salvaguardare e valorizzare un comparto nazionale che esprime una qualità molto superiore rispetto ad altri Paesi produttori e con il suo indotto offre preziose opportunità occupazionali. (5-10771)

INTERROGAZIONE STEFANO, MISTO SENATO, SU POTENZIALE VITIVINICOLO REGIONALE

Atto Senato

Interrogazione a risposta orale 3-03561

presentata da

DARIO STEFANO
mercoledì 8 marzo 2017, seduta n.780

STEFANO – Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali – Premesso che:

il decreto ministeriale n. 12272 del 15 dicembre 2015 ha stabilito le disposizioni nazionali di attuazione del regolamento (UE) n. 1308/2013 ed ha disciplinato il sistema per gli impianti viticoli;

in particolare, l’art. 10 dispone che “le autorizzazioni per reimpianti sono concesse ai produttori che estirpano una superficie vitata e che presentano una richiesta alle Regioni competenti; tali autorizzazioni sono utilizzabili nella stessa azienda che ha proceduto all’estirpazione e corrispondono ad una superficie equivalente alla superficie estirpata in coltura pura, ovvero la superficie vitata così come definita dal decreto ministeriale 16 dicembre 2010”;

l’utilizzo dell’autorizzazione in ambito aziendale sta dando vita ad un fenomeno preoccupante quanto pericoloso, dal momento che, attraverso il ricorso ad una semplice stipula di contratto di affitto di una superficie a vite, previa autorizzazione del proprietario, si può ottenere il rilascio di un’autorizzazione al reimpianto da esercitare su di un’altra superficie aziendale, ubicata quindi al di fuori della zona di origine;

tale procedura, nei fatti, si traduce in un trasferimento di superficie a vite nonché in una riduzione del potenziale produttivo regionale, in una flessione delle capacità di crescita e di sviluppo, con un conseguente inasprimento della crisi occupazionale nelle regioni che subiscono tali procedure,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza dei fatti esposti e se non ritenga urgente e necessario, al fine di non ridurre il potenziale vitivinicolo regionale, di cui l’1 per cento è implementato annualmente dall’attribuzione di autorizzazioni gratuite ministeriali, modificare la normativa affinché le autorizzazioni siano utilizzabili sì nella stessa azienda, ma anche nel territorio della regione di origine.

(3-03561)

INTERROGAZIONE DE ROSA, M5S CAMERA, SU QUARTIERE QT8 DI MILANO

Atto Camera

 

Interrogazione a risposta in commissione 5-10763

presentato da

DE ROSA Massimo Felice

testo di

Mercoledì 8 marzo 2017, seduta n. 755

DE ROSA, BUSTO, DAGA, MANNINO, MICILLO, TERZONI e ZOLEZZI. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:
nel giugno 2013 l’assessorato all’urbanistica, edilizia privata e agricoltura del comune di Milano ha proposto la dichiarazione di notevole interesse pubblico paesaggistico di immobili e aree ai sensi dell’articolo 136, comma C, del decreto legislativo n. 42 del 2004 e successive modificazioni ed integrazioni per il quartiere sperimentale VIII Triennale di Milano — QT8, ritenendo la tutela «necessaria per salvaguardare questo rappresentativo quartiere di periferia urbana quale testimonianza storica e culturale di particolare valore identitario»;
in data 12 settembre 2013 il consiglio di zona 8, nel cui ambito territoriale si trova il quartiere QT8, ha approvato la proposta di dichiarazione di notevole interesse pubblico paesaggistico di immobili e di aree comprese nell’ambito urbano del quartiere QT8 (allegato 2: delibera CdZ 8 n. 160/13);
in data 8 novembre 2013, la giunta comunale di Milano ha preso atto della proposta di vincolo, stabilendo che il direttore del settore pianificazione urbanistica generale avrebbe provveduto all’espletamento degli ulteriori adempimenti di propria competenza necessari e conseguenti e dichiarando il provvedimento immediatamente eseguibile;
alla data odierna non risulta che la Soprintendenza archeologica, belle arti e paesaggio per la Città metropolitana di Milano abbia provveduto a porre sotto vincolo paesaggistico il suddetto quartiere –:
se il Ministro interrogato non ritenga opportuno verificare, per quanto di competenza, per il tramite della Soprintendenza archeologica, belle arti e paesaggio della città metropolitana di Milano, lo stato della pratica di vincolo per il quartiere QT8;
quali iniziative il Ministro interrogato intenda intraprendere, per quanto di competenza, affinché il quartiere QT8 di Milano venga rapidamente posto sotto vincolo paesaggistico, così come richiesto e deliberato dal comune di Milano.
(5-10763)

INTERROGAZIONE FAMIGLIETTI, PD CAMERA, SU STRADA STATALE OFANTINA

Atto Camera

 

Interrogazione a risposta in commissione 5-10772

presentato da

FAMIGLIETTI Luigi

testo di

Mercoledì 8 marzo 2017, seduta n. 755

FAMIGLIETTI e PARIS. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
la strada statale denominata «Ofantina» nei territori a cavallo tra le province di Avellino, Potenza e Foggia, nell’interezza del tracciato, si presenta come obsoleta e insicura in relazione al traffico presente;
purtroppo, da anni, si registra un elevato numero di incidenti mortali e vi è una forte mobilitazione civica ed istituzionale che ne chiede la messa in sicurezza;
vi è un progetto datato 2002, commissionato dalla comunità montana «Alta Irpinia» e dal comune di Calitri che ne prevede l’ammodernamento, con un asse attrezzato, sul tratto Lioni-Calitri-Candela;
lo studio di pre-fattibilità sottolinea come l’intervento possa interessare un bacino di oltre 100 mila persone, con interesse anche per le aree industriali riguardanti lo stabilimento Fiat di Melfi, e delle Acque minerali di Monticchio;
tale arteria ha poi una rilevanza anche per l’agroalimentare per il pomodoro;
inoltre, l’asse in questione rappresenta un naturale collegamento tra l’Adriatico e il Tirreno con una lunghezza di circa 67 chilometri con importanti ricadute per i territori interessati –:
se il Governo sia a conoscenza di tale progetto e quali iniziative di competenza intenda assumere al fine di dare risposte ai territori interessati, investendo in un ammodernamento di una arteria non più rinviabile per la sicurezza dei cittadini che la percorrono quotidianamente. (5-10772)

INTERROGAZIONE GAGNARLI, M5S CAMERA, SU BANDI ISI DELL’INAIL

Atto Camera Interrogazione a risposta scritta 4-15837

presentato da

GAGNARLI Chiara

testo di

Mercoledì 8 marzo 2017, seduta n. 755

GAGNARLI, L’ABBATE, BENEDETTI, LUPO, GALLINELLA e MASSIMILIANO BERNINI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
l’Inail finanzia in conto capitale le spese sostenute per progetti di miglioramento dei livelli di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. I destinatari degli incentivi sono le imprese, anche individuali, iscritte alla camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura;
nel 2016 l’Inail ha pubblicato un bando Isi specifico per l’agricoltura per finanziare le microimprese e le piccole imprese operanti nel settore della produzione agricola primaria dei prodotti agricoli per l’acquisto o il noleggio, con patto di acquisto di trattori o di macchine agricole e forestali, caratterizzati da soluzioni innovative per l’abbattimento delle emissioni inquinanti, la riduzione del rischio rumore, il miglioramento del rendimento e della sostenibilità globali delle aziende agricole;
con l’avviso pubblico ISI agricoltura 2016, l’Inail ha messo a disposizione 45 milioni di euro così suddivisi: 5 milioni di euro, riservato a giovani agricoltori, organizzati anche in forma societaria e 40 milioni di euro per la generalità delle imprese agricole;
i finanziamenti sono a fondo perduto e vengono assegnati fino ad esaurimento delle risorse finanziarie secondo l’ordine cronologico di ricezione delle domande. Il contributo, pari al 40 per cento dell’investimento (50 per cento per gli imprenditori giovani agricoltori), per un massimo di sessanta mila euro ed un minimo di mille euro, viene erogato a seguito del superamento della verifica tecnico-amministrativa e la conseguente realizzazione, del progetto. Una volta che l’azienda ha compilato tutti i moduli di partecipazione, caricandoli sul portale dell’Inail, riceve un codice identificativo attribuito dal sistema, che dovrà essere utilizzato per l’invio della domanda di finanziamento;
il bando costituirebbe un’ottima opportunità per le aziende, se non fosse per il sistema di invio del codice identificativo, stabilito dall’Inail, che potrà avvenire in un solo giorno, allo scoccare di una determinata ora (il cosiddetto « CLIK DAY»). Questo metodo evidentemente discrimina, secondo gli interroganti, l’accesso al finanziamento secondo la velocità di connessione dell’utente che invia la domanda. Essendo prioritario l’ordine cronologico di ricezione della domanda e visto l’elevato numero di domande, in pochi decimi di secondo, i fondi a disposizione si esauriscono e le aree con una connessione internet più lenta sono svantaggiate;
sul portale Inail si viene avvertiti del divieto di utilizzo di strumenti automatici di invio che l’Inail dice di bloccare con un messaggio di errore del sistema; tuttavia, esistono aziende informatiche in grado di impostare l’invio del codice identificativo della domanda con precisione del centesimo di secondo, tanto da proporre ai clienti la sottoscrizione di un contratto che garantisce l’accesso al finanziamento. La maggior parte delle aziende agricole, invece, ha connessioni dati lente e obsolete, molte zone agricole non sono neppure servite da Adsl –:
se il Governo non ritenga opportuno adoperarsi affinché i bandi ISI dell’Inail siano meno discriminatori nei riguardi delle aree con una connessione internet più lenta, e siano predisposti in modo tale da determinare delle graduatorie maggiormente rispettose dei requisiti oggettivi, basate sulla valutazione dei singoli progetti. (4-15837)