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Agroalimentare

L’agricoltura in Parlamento, atti di indirizzo e controllo di Camera e Senato

Le interrogazioni, risoluzioni, interpellanze e odg a tutela del made in Italy agroalimentare
fonte: AGV NEWS/AGRICOLAE
di Agricolae

AGRICOLAE riporta nel link qui di seguito le interrogazioni, le interpellanze, gli ordini del giorno e le risoluzione che vengono quotidianamente presentati alla Camera e al Senato a tutela del made in Italy agroalimentare. Pesca, agricoltura e industria alimentare in primo piano per i deputati e i senatori che lavorano gomito a gomito o uno contro l’altro, per cambiare la vita di chi lavora di terra e di mare. Qui a seguire il testo integrale

INTERROGAZIONE MANGILI, M5S SENATO, SU QUALITÀ DELL’ARIA

Atto Senato

 

Interrogazione a risposta scritta 4-06965

presentata da

GIOVANNA MANGILI
mercoledì 8 febbraio 2017, seduta n.758

MANGILI, GAETTI, MARTON, GIARRUSSO, TAVERNA, SCIBONA, CAPPELLETTI, SERRA, LEZZI, PAGLINI, MARTELLI, BERTOROTTA, PUGLIA, CASTALDI, MORRA, SANTANGELO, NUGNES – Ai Ministri dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e della salute – Premesso che:

da un articolo pubblicato in data 1° febbraio 2017 sul quotidiano “la Repubblica”, si apprende che: «Dalla commissione europea è in arrivo un nuovo richiamo all’Italia in materia di rispetto dell’ambiente. La Commissione europea intende portare avanti – con l’invio a Roma di un parere motivato – la procedura d’infrazione aperta nel maggio del 2015 per il superamento dei limiti previsti dalla direttiva 2008/50 in materia di emissioni di biossido di azoto (NO2), in pratica l’inquinamento legato ai gas di scarico dei motori diesel. Lo si è appreso da fonti comunitarie. L’infrazione, secondo le informazioni raccolte, riguarda 15 agglomerati urbani distribuiti in sette regioni: Lazio, Liguria, Lombardia, Molise, Piemonte, Toscana e Sicilia. I servizi della Commissione attribuiscono a questa infrazione carattere prioritario rispetto a quella pure in corso sulle PM10 poiché in quest’ultimo caso – che riguarda l’Italia ma anche diversi altri Paesi – Bruxelles riconosce il ruolo svolto dal fattore orografico e climatico (come nel caso della Pianura Padana) nel mancato rispetto delle norme Ue. Una circostanza che Bruxelles non ritiene invece sussista nel caso delle emissioni di biossido di azoto»;

il documento pubblicato sul sito di Legambiente e intitolato “Mal’ARIA di città 2016. L’inquinamento atmosferico e acustico nelle città italiane” rileva: «Ma i danni economici per il mancato rispetto delle norme italiane ed europee sulla qualità dell’aria potrebbero arrivare anche dalle sanzioni che l’Europa potrebbe decidere di applicare nel nostro Paese. Sono infatti due le procedure d’infrazione ad oggi avviate, entrambe nella fase di messa in mora. La prima, la 2014_2147, avviata nel luglio 2014 che ha come oggetto la “cattiva applicazione della direttiva 2008/50/CE relativa alla qualità dell’aria ambiente e il superamento dei valori limite di PM10 in Italia” e la seconda, la 2015_2043, avviata nel maggio 2015 che riguarda “l’applicazione della direttiva 2008/50/CE sulla qualità dell’aria ambiente ed in particolare obbligo di rispettare i livelli di biossido di azoto (NO2)”. Da dove cominciare? Sicuramente da studi accurati sulle fonti di emissione, eseguiti a scala locale e urbana, per pianificare le politiche di intervento. I contributi principali a livello nazionale all’inquinamento dell’aria (secondo le banche dati di Ispra rielaborate da Legambiente) derivano, per i macroinquinanti, dai trasporti stradali (che contribuiscono al 49% delle emissioni di ossidi di azoto, al 12% del PM10, al 22% del monossido di carbonio e al 44% del benzene), dal riscaldamento domestico (che contribuisce da solo al 59% del pm10 primario e del monossido di di 50 carbonio, all’11% degli ossidi di azoto) e dal settore industriale ed energetico (75% degli ossidi di zolfo, 17% degli ossidi di azoto e 11% del PM10). La situazione cambia quando scendiamo a livello urbano, dove le fonti principali, ad eccezione di città che ospitano importanti attività industriali, diventano i trasporti stradali e il riscaldamento domestico. (…) Per quanto riguarda il tema dei “limiti di emissione delle automobili diesel di nuova omologazione”, il dato preoccupante è che recentemente il Comitato dei Tecnici degli Stati Europei sui Veicoli a Motore – ha deciso di stravolgere i limiti di emissione delle automobili diesel stabiliti dagli Stati Membri nel 2007 (Reg. 715/2007), consentendo sostanzialmente alle auto di emettere il doppio delle emissioni richieste da 2017 al 2020 e di “ridurre” – di fatto aumentare – tale valore di una volta e mezza dal 2020. Anche per quanto riguarda la direttiva NEC, l’ultima riunione del Consiglio dei ministri dell’ambiente dei Paesi membri, ha portato a delle conclusioni che consentirebbero alle grandi industrie e all’agricoltura intensiva di portare avanti politiche che inquinano la nostra aria e mettono in serio pericolo la natura e la nostra salute»;

inoltre si apprende che «A livello normativo, con l’entrata in vigore del D.Lgs. 155/2010, che recepisce la Direttiva Europea 2008/50/CE, erano stati fissati dei limiti di anno in anno sempre più stringenti, indicanti come valore obiettivo 25 ?g/m3 come media annuale da non superare che è diventato valore limite dal 1 gennaio 2015. Un limite che più volte abbiamo criticato, sia nel valore che per il periodo temporale di riferimento. Infatti, soprattutto per quanto riguarda il PM2,5 e frazioni inferiori, tutti gli studi qualificano l’elevata pericolosità per la salute, con effetti sia a breve che a lungo termine, ma l’attuale normativa indica in maniera irragionevole solo un valore limite espresso come media annua; la conseguenza è che i livelli di questo inquinante si potranno stimare solo quando l’anno si è concluso, senza un riscontro nei giorni di maggiore criticità. Anche il valore risulta particolarmente elevato, con una media annua di riferimento di 25 ?g/m3 rispetto ad un valore consigliato dall’OMS di 10 ?g/m3»;

considerato che:

la direttiva 2008/50/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 21 maggio 2008, relativa alla qualità dell’aria ambiente e per un’aria più pulita in Europa, fissa i criteri e gli obblighi per la gestione della qualità dell’aria in tutti i Paesi dell’Unione, ponendo i seguenti obiettivi: dare un quadro normativo unitario per i maggiori inquinanti atmosferici (biossido di zolfo, biossido di azoto, ossidi di azoto, polveri fini, piombo, benzene, monossido di carbonio, ozono), conglobando una serie di direttive europee emanate a partire dal 1996; valutare in modo omogeneo la qualità dell’aria su tutto il territorio dell’Unione europea; migliorare la qualità dell’aria o mantenerla laddove essa è già buona; introdurre valori limite per il particolato sottile (particulate matter, PM2,5); consentire una proroga motivata al rispetto dei valori limite per il PM10 e per il biossido di azoto; imporre l’applicazione di piani di qualità dell’aria nelle zone in cui sono superati i valori limite della qualità dell’aria che portino al rispetto dei valori limite entro date improrogabili; consentire l’adozione di piani di azione a breve termine; verificare che gli Stati membri attuino quanto disposto nei tempi e nei modi previsti; garantire che le informazioni sulla qualità dell’aria siano adeguatamente pubblicizzate;

inoltre, il 30 settembre 2010 è entrato in vigore il decreto legislativo 13 agosto 2010, n. 155, che recepisce la nuova direttiva europea sostituendo le norme di attuazione già emanate (il decreto legislativo 4 agosto 1999, n. 351, il decreto del Ministero dell’ambiente 2 aprile 2002, n. 60, il decreto legislativo 21 maggio 2004, n. 183, ed il decreto legislativo 3 agosto 2007, n. 152). Queste norme, che recepivano in modo fedele le rispettive direttive sulla gestione della qualità dell’aria, fissando anche i valori limite a livello nazionale, sono state accompagnate da altre normative di carattere regolamentare al fine di fissare i criteri per la qualità del sistema delle misure di inquinamento atmosferico e per la valutazione preliminare della qualità dell’aria, nonché per l’elaborazione dei piani e dei programmi per il risanamento della qualità dell’aria. Tra le norme a suo tempo emanate, assumeva particolare importanza il decreto ministeriale 2 aprile 2002, n. 60, in quanto ha fatto emergere a livello nazionale la questione posta dalla presenza di un “nuovo” inquinante, il PM10. Il decreto legislativo 13 agosto 2010, n. 155, recepisce la direttiva 2008/50/CE e la direttiva 2004/107/CE, introducendo tra l’altro i nuovi valori limite per il PM2,5. Regolamenta anche le deroghe concesse dalla UE al rispetto del valore limite del PM10 entro il 2010, prorogandone il termine fino al 2011, nonché le norme relative alla deroga per il rispetto del valore limite del biossido di azoto entro il 2010, prorogandone il termine al 2015;

considerato infine che:

la direttiva 2008/50/CE dispone che tale proroga può essere concessa solamente agli Stati membri che adotteranno piani della qualità dell’aria che prevedono il rispetto del valore limite per il biossido di azoto al più tardi entro il 2015;

la normativa italiana demanda alle Regioni il compito di mettere in atto molte delle disposizioni di legge previste. In particolare, incarica le Regioni ad effettuare la valutazione della qualità dell’aria, intendendo con questo il compito di suddividere il territorio in agglomerati e zone, nonché misurare con stazioni fisse e mobili per la determinazione dei livelli di concentrazione degli inquinanti atmosferici ed applicare modelli laddove le misure non sono in grado di dare le informazioni necessarie; definire piani di azione a breve termine al fine di ridurre il rischio di superamento delle soglie di allarme e dei valori limite; adottare piani e programmi di risanamento della qualità dell’aria nelle zone in cui sono superati i valori limite al fine di garantire il loro rispetto entro i termini stabiliti dalle direttive europee; adottare misure di mantenimento della qualità dell’aria nelle zone in cui non vi sono superamenti dei valori limite, inglobandole nei piani; dare adeguata informazione al pubblico e trasmettere al Ministero dell’ambiente le informazioni relative alla valutazione della qualità dell’aria ed all’attuazione dei piani e dei programmi, nonché tutte le informazioni necessarie alle eventuali richieste di deroghe,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti esposti;

di quali dati ed informazioni siano in possesso con riferimento alla valutazione della qualità dell’aria relativa all’intero territorio italiano;

quali provvedimenti, anche normativi, intendano adottare, nell’ambito delle proprie attribuzioni, al fine di preservare la migliore qualità dell’aria compatibile con lo sviluppo sostenibile, nonché di scongiurare il verificarsi di ulteriori messe in mora ex articolo 258 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, anche al fine di evitare l’apertura di nuove procedure di infrazione i cui costi ed oneri sono e rimangono a carico dei cittadini italiani.

(4-06965)

INTERROGAZIONE GAGNARLI, M5S CAMERA, SU VIGILANZA VENATORIA

Atto Camera

 

Interrogazione a risposta scritta 4-15497

presentato da

GAGNARLI Chiara

testo di

Mercoledì 8 febbraio 2017, seduta n. 738

GAGNARLI, COMINARDI, ALBERTI, PARENTELA, GALLINELLA e L’ABBATE. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dell’interno, al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione. — Per sapere – premesso che:
la legge n. 157 del 1992, all’articolo 27, affida la vigilanza venatoria a diversi enti istituzionali, e in particolare alle polizie provinciali e al Corpo forestale dello Stato, oltre alle guardie volontarie delle associazioni venatorie, agricole e di protezione ambientale nazionali;
all’interno del Corpo forestale dello Stato, era stato inoltre istituito nel dicembre 2005, il nucleo operativo antibracconaggio (Noa, con il compito specifico di organizzare e dirigere operazioni particolarmente impegnative per combattere il fenomeno della caccia illegale nelle zone maggiormente colpite;
con il decreto legislativo n. 177 del 2016 è stato di fatto soppresso il Corpo forestale dello Stato e ripartite le sue competenze, servizi e compiti tra Arma dei Carabinieri, il Corpo della Guardia di finanza, la polizia di Stato e il Corpo nazionale dei vigili del fuoco;
allo stesso tempo, con il decreto-legge n. 78 del 2015 è stato sancito l’avvio del processo di transito di tutta la polizia provinciale nei comuni per lo svolgimento delle funzioni di attività di polizia municipale e il passaggio delle competenze sulla vigilanza su ambiente e fauna alle regioni;
nel 2013 la Commissione europea aveva avviato una pre-procedura di infrazione (EU PILOT 5283/13/ENVI), sull’uccisione, cattura e commercio illegali con cui la Commissione europea chiedeva allo Stato italiano per ognuno degli 8 black spot del bracconaggio presenti in Italia quante operazioni antibracconaggio sono state condotte, quanti controlli, quante persone denunciate, il dettaglio delle violazioni amministrative e penali riscontrate. Nella medesima procedura, la Commissione riconosceva la validità del Nucleo operativo antibracconaggio del Corpo forestale dello Stato e chiedeva allo Stato italiano dettagli sulle disponibilità finanziarie e sulla dotazione di personale del Noa e chiedeva quali programmi di impiego si prevedessero;
nel 2014 la Commissione europea aveva avviato una pre-procedura di infrazione (EU PILOT 6955/14/ENVI), con cui evidenziavano diverse criticità rispetto alla gestione della caccia in Italia, tra le quali proprio il tema della vigilanza venatoria, chiedendo nello specifico di ottenere informazioni sul numero dei controlli, la loro frequenza, i risultati ottenuti e le relative sanzioni;
nel 2015 diverse associazioni ambientaliste, attraverso una lettera alla Commissione europea, denunciavano lo smantellamento, alla luce dei provvedimenti succitati, del sistema di vigilanza ambientale e venatoria, considerando «inaudite ed irresponsabili» le scelte di soppressione del Corpo forestale e della polizia provinciale, poiché «non pienamente valutate nei loro effetti negativi» in tale ambito e non adeguatamente sostituite dalla nuova normativa, lasciando intendere, specie nel caso del Corpo forestale, che i compiti verranno «trasferiti» senza esplicitare in che modo e con quali risorse;
il rischio di questa situazione è quello di rendere più facile la strada del bracconaggio, già ampiamente diffuso nel nostro Paese (secondo l’ultimo rapporto di Legambiente, diffuso ad ottobre 2016, negli ultimi sette anni ogni giorno sono state registrate 20 infrazioni contro la fauna selvatica, denunciate 16,5 persone ed effettuati quasi 7 sequestri, in particolare nelle «aree calde» indicate dall’ISPRA) e avallato dall’incertezza di chi, nei fatti, dovrà essere demandato al controllo sull’attività di caccia;
in questo contesto, anche le guardie venatorie volontarie, che erano gestite dalle province, rischiano di non poter operare in maniera efficace in quanto, in alcuni casi non sarebbe stato indicato l’organismo deputato a ricevere il verbale di accertamento delle violazioni amministrative da parte della vigilanza volontaria, così come non è stato definito a quale ente si debba fare riferimento per pagare le somme dovute alle contestazioni ricevute;
non risulta anche indicato l’organo deputato a ricevere e custodire eventuale materiale sequestrato; inoltre, risulta che in alcuni casi il processo di rilascio e rinnovo dei decreti delle guardie volontarie non sia stato ancora ridefinito –:
se, alla luce del quadro esposto in premessa, nonché del rischio di poter incorrere in una nuova procedura di infrazione da parte dell’Unione europea, il Governo non intenda chiarire dettagliatamente la gestione del sistema di vigilanza su ambiente e fauna nel nostro Paese, in base alla ripartizione delle competenze e dei servizi del corpo forestale dello Stato e delle polizie provinciali;
quali iniziative di competenza siano state intraprese, a fronte dei numerosi e gravi casi di bracconaggio che si sono consumati nel corso della stagione venatoria, non ancora conclusa, nelle more dell’adozione del piano nazionale contro l’uccisione illegale di uccelli, la cui prima stesura da parte dell’Ispra è stata trasmessa a regioni e portatori di interesse nell’estate del 2016, ma non risulta ancora arrivata in sede di Conferenza Stato-regioni per l’approvazione definitiva.
(4-15497)

INTERROGAZIONE BORIOLI, PD SENATO, SU SICUREZZA RAFFINERIA ENI DI SANNAZZARO DE’ BURGONDI (PAVIA)

Atto Senato

 

Interrogazione a risposta orale 3-03480

presentata da

DANIELE GAETANO BORIOLI
mercoledì 8 febbraio 2017, seduta n.758

BORIOLI, ALBANO, CALEO, CIRINNA’, Stefano ESPOSITO, FAVERO, FABBRI, Elena FERRARA, FORNARO, IDEM, MORGONI, ORELLANA, PUPPATO, VACCARI – Ai Ministri dello sviluppo economico, del lavoro e delle politiche sociali, dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e della salute – Premesso che, a quanto risulta agli interroganti:

il 5 febbraio 2017, all’interno della raffineria Eni di Sannazzaro de’ Burgondi (Pavia), si è sviluppato un nuovo e preoccupante incendio, che ha interessato la cosiddetta isola 7, situata nella parte vecchia dello stabilimento; il fatto si è verificato alle ore 8.40 del mattino, quando un boato ha svegliato di soprassalto la popolazione residente, ancora fortemente scossa da un episodio analogo verificatosi presso lo stesso stabilimento solo 2 mesi fa circa;

infatti, il 1° dicembre 2016 un altro incendio, ancor più grave ed esteso, si era sviluppato all’interno della raffineria, determinando la distruzione di un intero impianto di recente installazione, esponendo la popolazione locale e quella residente nei centri limitrofi a seri rischi per la salute e arrecando danni all’ambiente di un’estesa area che interessa il territorio lombardo e piemontese, in particolare la provincia di Alessandria;

oltre ai gravi, inevitabili danni conseguenti a tali episodi, preoccupano anche quelli determinati dai reiterati furti di benzina dall’oleodotto, che dalla raffineria attraversa i territori della valle Scrivia alessandrina; le fuoriuscite di carburante durante i furti hanno infatti gravemente inquinato una vasta area, soprattutto nelle aree comprese tra Tortona e Castelnuovo Scrivia, compromettendo numerosi pozzi idrici utilizzati dall’agricoltura locale,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo, ciascuno per quanto di competenza, si siano attivati o intendano attivarsi per ottenere, con la massima sollecitudine, da ENI, dalle aziende sanitarie territorialmente competenti della Lombardia e del Piemonte, e dalle ARPA di entrambe le Regioni, tutte le informazioni relative agli effetti già riscontrabili, nonché quelli ipotizzabili in futuro, dei due richiamati incidenti, del 1° dicembre 2016 e del 5 febbraio 2017, sia relativamente alla salute dei cittadini, sia sull’ambiente;

in particolare, se non ritengano necessario di dover fornire notizie puntuali e certe sullo stato di salute dei lavoratori della raffineria e su quella dei cittadini tanto di Sannazzaro de’ Burgondi quanto delle località circostanti, nonché sulla qualità dell’aria e delle altre risorse ambientali dell’area, in particolare per quanto riguarda i terreni e le acque utilizzate ai fini agricoli;

quali misure siano state disposte dalle autorità competenti per far sì che ENI adotti tutti gli accorgimenti necessari ad evitare il ripetersi di incidenti analoghi a quelli verificatisi di recente;

in considerazione dei numerosi e ravvicinati gravi episodi che hanno interessato il sito di Sannazzaro de’ Burgondi, incidenti agli impianti e danneggiamenti alle risorse ambientali causati dalle manomissioni alle infrastrutture di distribuzione del carburante innervate sulla raffineria, se non ritengano di dover prendere atto della vulnerabilità del sistema gravitante intorno alla raffineria, e pertanto richiedere ad ENI l’adozione di un piano straordinario di messa in sicurezza del sito, sotto il controllo dell’autorità pubblica, necessario ai fini della sicurezza nazionale per tale tipologia di impianto;

se le autorità competenti a vigilare sull’adozione delle misure di sicurezza per la salute dei lavoratori nei luoghi di lavoro abbiano riscontrato anomalie o inadempienze da parte dell’azienda e se ritengano necessario incrementare ulteriormente le dotazioni di sicurezza a disposizione degli addetti o la loro formazione specifica.

(3-03480)

ODG GALLO, FI CAMERA, SU ESENTARE AZIENDE AGRICOLE SICILIANE DA ONERI FISCALI

Atto Camera

 

Ordine del Giorno 9/04200-A/015

presentato da

GALLO Riccardo

testo di

Mercoledì 8 febbraio 2017, seduta n. 738

La Camera,
premesso che:
il decreto-legge in oggetto, reca misure urgenti per la coesione sociale e territoriale, per far fronte alle esigenze urgenti in aree del Mezzogiorno, attraverso interventi che contemperino le necessità di tutela occupazionale con quelle di salvaguardia ambientale e di prevenzione e monitoraggio della vivibilità;
il provvedimento d’urgenza in particolare, risulta composito ed arricchito, a seguito delle integrazioni normative sopraggiunte nel corso dell’esame in sede referente, che tuttavia non contemplano misure specifiche nei riguardi di un comparto, quale quello agricolo, che nel tessuto produttivo delle aree più depresse del Mezzogiorno, riveste un ruolo fondamentale ed indispensabile dell’economia;
al riguardo, il predetto settore, che rappresenta la principale attività produttiva e commerciale nella regione Sicilia, lo scorso mese di gennaio, è stato colpito da un’eccezionale ondata di maltempo contraddistinta a distanza di pochi giorni da due eventi straordinari: le nevicate d’inizio anno e le successive alluvioni, che hanno provocato danni alle produzioni e alle infrastrutture agricole dell’intera isola di vasta entità;
le due calamità naturali di estese proporzioni, tali da richiedere al Governo lo stato di calamità per l’intera regione, in considerazione della gravità con cui si sono manifestate con le ripercussioni sulle attività agricole, (in particolare quelle in serra) così negative e penalizzanti per le aziende rurali siciliane, sollecitano anche, a giudizio del sottoscrittore del presente atto, l’introduzione di interventi immediati e straordinari, attraverso una legge speciale finalizzata all’esenzione dal pagamento degli oneri fiscali e previdenziali, nei riguardi degli agricoltori siciliani colpiti dall’eccezionale ondata di maltempo, in precedenza riportata,

impegna il Governo

a valutare l’opportunità, compatibilmente con i vincoli di finanza pubblica e le disposizioni comunitarie in materia di aiuti di Stato, di un intervento normativo ad hoc volto ad esentare le aziende agricole della regione Sicilia dal pagamento degli oneri fiscali e previdenziali (inclusa l’Imu), nonché la sospensione e la ristrutturazione dei prestiti sottoscritti con il sistema bancario per la realizzazione degli investimenti nell’ambito del Psr, nei territori delimitati e riconosciuti dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali.
9/4200-A/15. Riccardo Gallo, Palese.

INTERROGAZIONE MINNUCCI, PD CAMERA, SU LIVELLI IDRICI DEL LAGO DI BRACCIANO

Atto Camera

 

Interrogazione a risposta scritta 4-15499

presentato da

MINNUCCI Emiliano

testo di

Mercoledì 8 febbraio 2017, seduta n. 738

MINNUCCI, REALACCI, CARELLA, MAZZOLI, MELILLI, TERROSI, TIDEI e PIAZZONI. — Al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
il lago di Bracciano, in provincia di Roma, sta subendo un costante abbassamento del livello delle proprie acque e, ad oggi, misura –1,20 metri dallo zero idrometrico; è necessario un intervento per salvaguardare i livelli delle acque del lago che, secondo uno studio svolto dall’Istituto di ricerca sulle acque (IRSA) del CNR, può sostenere un’escursione massima di –1,5 metri. Tale valore rappresenta il limite minimo di equilibrio che l’ecosistema lacustre di Bracciano può sostenere prima di essere gravemente compromesso, perdendo gran parte delle sue capacità di depurazione delle acque;
tale situazione sembrerebbe imputabile al continuo prelevamento delle acque ad opera di Acea Ato2, giunto persino a punte di 2500 litri/secondo, in concomitanza alla scarsità di piogge di questi mesi;
la predetta società, infatti, detiene la gestione di captazione per uso potabile delle acque del lago; tale concessione ha durata settantennale e prevede, appunto, la gestione di n. 4 paratoie a regolazione manuale ed un impianto di captazione per uso potabile;
nel 2015, un protocollo d’intesa ha dettato disposizioni per la regimazione dei livelli idrici del lago di Bracciano, con l’obiettivo di tutelare il territorio e definire le variazioni dei livelli minimi e massimi; tale progetto redatto dall’autorità regionale per la difesa del suolo (A.R.D.I.S.), è stato sottoscritto anche dai comuni lacustri di Anguillara Sabazia, Trevignano Romano e Bracciano, e della città metropolitana di Roma Capitale, dall’ente parco regionale di Bracciano e Martignano e dalla stessa Acea Ato2;
secondo tale protocollo tutti i soggetti partecipanti, e quindi anche Acea Ato2, si sono impegnati a garantire il mantenimento in condizioni ottimali del livello del lago, assicurando il mantenimento delle escursioni del livello del lago nell’ambito di quelle naturali e a perseguire i contenuti della direttiva quadro sulle acque – Direttiva 2000/60/CE, in termini di qualità e protezione a lungo termine delle risorse idriche disponibili;
inoltre, Acea Ato2, in virtù dei contenuti del disciplinare n. 12234/1989, è tenuta ad osservare le prescrizioni emanate a norma di legge dalle competenti autorità in materia di tutela delle acque dall’inquinamento e della pesca;
nonostante il predetto protocollo il livello del lago continua a decrescere, probabilmente a causa dell’operato di Acea Ato2 che prosegue a prelevare le acque, seppur nel rispetto dei moduli medi concessi, senza preoccuparsi di salvaguardarne i livelli minimi e, soprattutto, utilizzando di fatto il lago stesso, viste le quantità di acqua prelevate costantemente, non più come «riserva idrica» quale è ma come vero e proprio bacino di approvvigionamento;
il rifornimento idrico incontrollato o, comunque, non svolto tenendo cura delle conseguenze per l’ambiente, come si osserva dalle numerose e ampie neo-aree acquitrinose e maleodoranti, può creare un grave danno ambientale permanente attraverso lo stravolgimento dell’intero ecosistema lacuale e conseguenti eventi fortemente negativi quali: riduzione delle capacità autodepurative del sistema, sostituzione e scomparsa di specie, riduzione della biodiversità, variazioni dell’idrodinamica costiera con accentuazione dei fenomeni erosivi, scomparsa dei siti di riproduzione dei pesci foraggio, riduzione della pressione idrostatica sulle falde, frane, nonché l’emersione di detriti pericolosi per l’incolumità e la salute pubblica –:
se sia a conoscenza della situazione in cui versa il lago di Bracciano a causa soprattutto del continuo prelevamento di acque da parte di Acea Ato2 così come sopra descritto e quali iniziative, per quanto di competenza, si intendano intraprendere, anche attraverso un tavolo di confronto tra le parti interessate, per contrastare i previsti danni ambientali all’ecosistema del lago. (4-15499)

INTERROGAZIONE PALMIZIO, FI CAMERA, SU CONTRIBUTI IPPODROMI

Atto Camera

 

Interrogazione a risposta scritta 4-15501

presentato da

PALMIZIO Elio Massimo

testo di

Mercoledì 8 febbraio 2017, seduta n. 738

PALMIZIO. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
la «Società modenese per esposizioni fiere e corse di cavalli» nasce a Modena nel 1875 e, da allora, gestisce con successo l’attività ippica modenese;
nel 1975 l’attività fu trasferita dal primo ippodromo (costruito tra il Foro Boario e la cittadella estense), al nuovo «ippodromo Ghirlandina», con ingente investimento della stessa Società modenese, in via Ragazzi 99, per consentire l’afflusso sempre più copioso dei modenesi e per liberare il centro storico da problemi di congestione del traffico;
l’ippodromo Ghirlandina è considerato uno dei migliori in Italia;
il Foro Boario fu convertito ad altre attività accademiche e culturali;
da tempi non sospetti l’ippica attraversa una crisi generale pesante, che, negli ultimi 3 anni, si è fatta pesantissima;
la Società modenese ha cercato di tamponarla, investendo consistenti risorse in nuovi strumenti e attrezzature, in modo da offrire al pubblico un prodotto qualitativamente superiore e in conformità alle indicazioni che venivano dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali, da cui riceve gran parte dei corrispettivi a fronte dei servizi resi allo Stato;
gli investimenti sono stati realizzati in linea con le direttive del Ministero che prevedeva una riorganizzazione di tutto il settore dell’ippica, con un nuovo inquadramento in funzione delle caratteristiche tecniche degli impianti;
secondo direttive dello stesso Ministero questi investimenti avrebbero consentito di configurare l’impianto in fascia 2, collocandolo fra gli ippodromi più qualificati a livello nazionale, con un considerevole incremento dei corrispettivi riconosciuti a partire dal 2017;
è stato invece deciso di posporre l’avvio della nuova regolamentazione, contenuta nel decreto ministeriale n. 681 del 2016 («Criteri generali per l’erogazione delle sovvenzioni in favore delle società di corse e per la classificazione degli ippodromi») e che assegna i contributi in maniera direttamente proporzionale ai parametri di efficienza e qualità dei servizi e delle infrastrutture offerti, al 1o gennaio 2018, per tutelare la maggior parte degli altri ippodromi, che, non essendosi dotati per tempo di nuove infrastrutture tecniche adeguate, rischiavano di perdere risorse a vantaggio di ippodromi «virtuosi», come ippodromo Ghirlandina;
ad oggi, quindi, si è deciso di prolungare la validità della vecchia regolamentazione dei corrispettivi –:
se il Ministro interrogato non intenda dare piena ed immediata attuazione al decreto ministeriale n. 681 del 2016 recante «Criteri generali per l’erogazione delle sovvenzioni in favore delle società di corse e per la classificazione degli ippodromi», in cui si prevede la collocazione dei singoli ippodromi in fasce di contributi relative al servizio offerto, alle infrastrutture e ai risultati ottenuti, con un monitoraggio costante delle prestazioni al fine di premiare la qualità del servizio pubblico reso;
se il Ministro interrogato non ritenga necessario e urgente approfondire la vicenda al fine di tutelare ippodromi «virtuosi», come l’ippodromo Ghirlandina, considerato il fatto che con l’applicazione dei «vecchi» parametri si assisterebbe, da un lato, al mancato contributo per le spese sostenute dagli ippodromi «morigerati» e, dall’altro, alla diffusione di dati di dubbia veridicità da parte degli ippodromi meno virtuosi per ottenere maggiori contributi statali, come accaduto in passato.
(4-15501)

INTERROGAZIONE AMATI, PD SENATO, SU ATTIVITÀ VENATORIA E PISCATORIA IN VENETO

Atto Senato

 

Interrogazione a risposta scritta 4-06966

presentata da

SILVANA AMATI
mercoledì 8 febbraio 2017, seduta n.758

AMATI, GRANAIOLA – Ai Ministri dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e per gli affari regionali – Premesso che:

il 17 gennaio 2017 è stato pubblicato sul Bollettino ufficiale della Regione Veneto il provvedimento «Norme regionali in materia di disturbo all’esercizio dell’attività venatoria e piscatoria: modifiche alla legge regionale 9 dicembre 1993 n. 50 “Norme regionali per la protezione della fauna selvatica e per il prelievo venatorio” e alla legge regionale 28 aprile 1998 n. 19 “Norme per la tutela delle risorse idrobiologiche e della fauna ittica e per la disciplina della pesca nelle acque interne e marittime interne della Regione Veneto”»;

la nuova normativa prevede l’introduzione di sanzioni da 600 a 3.600 euro per chiunque “con lo scopo di impedire intenzionalmente l’esercizio dell’attività venatoria ponga in essere atti di ostruzionismo o di disturbo dai quali possa essere turbata o interrotta la regolare attività di caccia o rechi molestie ai cacciatori nel corso della loro attività”. Analoghe misure sono state stabilite relativamente al settore della pesca;

risulta evidente a parere delle interroganti l’estrema discrezionalità, o meglio arbitrarietà, contenuta nell’applicazione del sistema sanzionatorio, che potrebbe colpire cittadini impegnati in normali attività lavorative sul territorio o in attività ludiche assai diffuse (passeggiate, corse in bicicletta, sport di vario tipo, escursioni con il cane) a cui, a norma di Costituzione, ogni italiano ha diritto, senza doversi preoccupare di ledere con la propria presenza l’attività venatoria o piscatoria;

l’aspetto palesemente incostituzionale di una normativa siffatta si può del resto chiaramente evincere dalla sentenza con cui, in passato, il Tribunale civile di Milano revocò la sanzione amministrativa comminata dalla Provincia nei confronti di alcuni cittadini, che avevano inscenato una manifestazione di disturbo contro la caccia. Tale sentenza riconosce la prevalenza del diritto costituzionale di riunirsi pacificamente e di manifestare liberamente il proprio pensiero, affermando che nel conflitto tra manifestazione e caccia “prevale il diritto che gode di garanzia costituzionale”;

l’approvazione della legge n. 1 del 17 gennaio (si tratta del primo provvedimento approvato dalla Regione nel 2017) ha suscitato la reazione dell’opinione pubblica, ben consapevole della politica accesamente filovenatoria dell’amministrazione regionale, tesa a costruire, per chi ancora pratica l’attività venatoria, un sistema di tutele e privilegi, nonostante il deciso calo dei cacciatori negli ultimi anni; forse proprio a causa di tale forte diminuzione si tenta di mantenere in vita una pratica anacronistica, sempre più osteggiata dai cittadini;

lo stesso obiettivo si è voluto perseguire approvando altri provvedimenti legislativi, come la legge 18 giugno 2016 sul nomadismo venatorio, che, in violazione della normativa nazionale (legge n. 157 del 1992), ha affermato l’eliminazione dei confini degli ambiti territoriali di caccia nel periodo ricompreso tra il 1° ottobre ed il 30 novembre, la cancellazione dell’obbligo del regime esclusivo di caccia, la possibilità di addestramento cani tutto l’anno e di caccia da natante e che per tali aspetti è stata impugnata dal Consiglio dei ministri davanti alla Corte costituzionale;

la Regione ha inoltre approvato una normativa che elude l’obbligo di annotazione sul tesserino venatorio dei capi subito dopo il loro abbattimento, nonché misure per la drastica riperimetrazione del parco regionale dei Colli Euganei, allo scopo di ampliare il territorio cacciabile prodromo allo smantellamento del sistema delle aree protette, nonostante la forte opposizione dell’opinione pubblica, delle associazioni animaliste ed ambientaliste e soprattutto di importanti settori della vita economica locale, come gli agricoltori, i viticultori, gli addetti al turismo;

il Veneto risulta essere la regione con il territorio più cementificato del nostro Paese e dunque la caccia mette a rischio la sicurezza e la vita delle persone, in quanto praticata in aree estremamente antropizzate;

è altissimo il tasso di bracconaggio, che ha registrato episodi clamorosi condannati in tutta Europa, come l’uccisione nell’ottobre 2016, presso Thiene, di un rarissimo “Ibis Eremita”, protagonista di un progetto internazionale di reintroduzione, messo a punto da diversi Paesi, con conseguente danno e discredito dell’Italia;

il bracconaggio colpisce duramente luoghi di straordinaria importanza naturalistica, a cominciare dal delta del Po, che lo Stato dovrebbe tutelare con grande impegno, anche perché dichiarato di recente riserva della biosfera dall’Unesco;

l’attività criminosa dei bracconieri in Veneto si configurerebbe, a quanto riportato da organi di stampa, anche in un mercato clandestino della fauna protetta con tanto di specie e relativo prezziario (un euro per il passero, 18 euro per la beccaccia, eccetera);

è opportuno sottolineare come le sanzioni amministrative comminate per il “disturbo venatorio” siano di gran lunga superiori a quelle relative a moltissimi, anche gravi, illeciti venatori, come gli spari a distanza ravvicinata dalle abitazioni,

si chiede di sapere:

quali misure di competenza i Ministri in indirizzo intendano adottare per garantire i diritti dei cittadini veneti, dopo l’approvazione della legge regionale n.1 del 2017 sul disturbo venatorio;

quali misure di competenza intendano adottare per fronteggiare i gravi danni che la politica accesamente filovenatoria della Regione Veneto sta arrecando all’ambiente;

come intendano combattere il grave fenomeno del bracconaggio ancora molto presente in Veneto, come su tutto il territorio nazionale.

(4-06966)

INTERROGAZIONE PICCIONE, PD CAMERA, SU CORPO FORESTALE

Atto Camera

 

Interrogazione a risposta in commissione 5-10516

presentato da

PICCIONE Teresa

testo di

Mercoledì 8 febbraio 2017, seduta n. 738

PICCIONE. — Al Ministro della difesa, al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
con il decreto legislativo 19 agosto 2016, n. 177, di attuazione dell’articolo 8, comma 1, lettera a), della legge n. 124 del 7 agosto 2015, è stato disposto, a decorrere dal 1o gennaio 2017, l’assorbimento del Corpo forestale dello Stato nell’Arma dei carabinieri e il transito del relativo personale in altre forze di polizia, nonché in altre amministrazioni individuate con appositi decreti attuativi;
alla data del 1o gennaio 2017, la graduatoria del concorso pubblico per 400 allievi vice ispettori del Corpo forestale dello Stato (pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 94 del 29 novembre 2011 e graduatoria approvata con decreto del Capo del Corpo forestale dello Stato del 24 luglio 2014), composta da circa 500 giovani idonei, risulta essere l’unica graduatoria di concorso pubblico vigente per il Corpo forestale stesso;
tale graduatoria sarà valida, e quindi utilizzabile, ai sensi dell’articolo 35, comma 5-ter, del decreto legislativo n. 165 del 2001, in combinato disposto con l’articolo 1, comma 368, legge n. 232 del 2016, sino al 31 dicembre 2017;
il Governo pro tempore Renzi aveva accolto come «raccomandazione» l’ordine del giorno n. 9/3098-A/13 del 17 luglio 2015, che impegnava lo stesso Esecutivo a tenere in considerazione, durante l’iter riformativo in materia, l’esistenza della graduatoria in questione;
la legge riconosce espressamente ad ogni singola amministrazione la facoltà di utilizzare le graduatorie relative ai concorsi approvate da altre amministrazioni per profili analoghi o equivalenti, ai sensi dell’articolo 3, comma 61, della legge n. 350 del 2003, nonché ai sensi dell’articolo 4, comma 3-ter, del decreto-legge n. 101 del 2013, convertito con modificazioni dalla legge n. 125 del 2013;
la legge di bilancio per l’anno 2017 (legge n. 232 del 2016), istituisce un fondo per finanziare nuove assunzioni a tempo indeterminato presso le amministrazioni dello Stato (ivi inclusi i corpi di polizia), fondo che sarà ripartito, con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze;
l’utilizzo della graduatoria in questione potrebbe consentire sopperire immediatamente alle carenze organiche attualmente esistenti all’interno del ruolo «Ispettori e Periti» dell’Arma dei carabinieri, senza dover attendere l’esito di eventuali procedure concorsuali e con un consistente risparmio di spesa per le casse pubbliche;
l’assunzione immediata di nuovi ispettori forestali consentirebbe di rafforzare il presidio sul territorio del neonato «Comando unità tutela ambientale forestale e agroalimentare», in perfetta linea con la ratio della riforma promossa dal Governo pro tempore;
se i Ministri interrogati intendano assumere iniziative finalizzate ad autorizzare l’Arma dei carabinieri a reclutare personale nel ruolo «ispettori e periti» mediante lo scorrimento, totale o parziale, della graduatoria del concorso pubblico per 400 allievi vice ispettori del Corpo forestale dello Stato (bando pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 94 del 29 novembre 2011 e graduatoria approvata con decreto del Capo del Corpo forestale dello Stato del 24 luglio 2014). (5-10516)

INTERROGAZIONE VACCARI, PD SENATO, SU CULTURA ALIMENTARE A SCUOLA

Atto Senato

 

Interrogazione a risposta orale 3-03475

presentata da

STEFANO VACCARI
mercoledì 8 febbraio 2017, seduta n.757

VACCARI, PIGNEDOLI, DE BIASI, BERTUZZI, BORIOLI – Al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca – Premesso che, a quanto risulta agli interroganti:

la questione dell’ammissibilità o meno del “panino a scuola” si trascina ormai da diversi anni nel nostro Paese;

era il 2013 quando un gruppo di genitori fece ricorso al Tar per l’aumento delle tariffe della mensa e avviò una battaglia legale contro il Comune di Torino e il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca per vedersi riconosciuto il diritto per i propri figli a portarsi il pranzo da casa;

il 21 giugno 2016 la Corte d’appello di Torino, con la sentenza n. 1049, ha riconosciuto il diritto degli studenti di portarsi il pranzo da casa e di consumarlo nel refettorio con i compagni;

avverso questa decisione il Ministero ha presentato apposito reclamo, tuttavia rigettato l’11 settembre 2016 dal Tribunale di Torino, che ha ribadito il diritto;

considerato che:

in assenza di un quadro normativo chiaro e definito, gli istituti scolastici si trovano nella situazione di non saper trattare adeguatamente i casi che si presentano, uno dei quali è accaduto proprio pochi giorni fa, in una scuola media di Milano, dove un ragazzino di 11 anni è stato fatto uscire dall’istituto in strada per consumare il pasto portato da casa per pranzo;

ad oggi, le Regioni si stanno muovendo con azioni autonome in assenza di un’iniziativa legislativa a livello nazionale;

il 7 ottobre 2016 l’Ufficio scolastico regionale del Piemonte ha deciso, in nome “del diritto di scelta delle famiglie e per tutelare i valori educativi e di socializzazione”, di aprire tutti i refettori al consumo del pasto da casa, in modo che i bambini con il pasto da casa non fossero più relegati in classe o costretti all’uscita da scuola, come era avvenuto transitoriamente per decisione di molti dirigenti piemontesi;

un gruppo di genitori di diverse scuole genovesi si è successivamente attivato per promuovere tale decisione anche in Liguria, regione nella quale le indicazioni dell’Avvocatura dello Stato, le prescrizioni dell’AUSL, le sentenze di Tribunale, le direttive dei dirigenti sembrano indicare percorsi divergenti fra loro;

in Emilia-Romagna, l’Ufficio scolastico regionale ha stabilito a novembre 2016 che consumare il pasto domestico a scuola non è possibile, fino a che non esiste un accordo sull’aspetto organizzativo e igienico-sanitario tra gli enti locali, le AUSL e le stesse istituzioni scolastiche;

l’Ufficio ha chiarito, con una nota, che, al fine di consentire agli alunni di consumare cibo portato da casa nei locali della scuola, non è sufficiente la volontà dei genitori, ma è necessaria l’adozione di apposite misure organizzative da parte di enti locali, scuole e AUSL;

considerato inoltre che, ad avviso degli interroganti:

il momento del pasto a scuola non può considerarsi separatamente dal tempo scuola, essendo il processo educativo per sua natura unitario;

la sala da pranzo a scuola è molto di più di una mensa: è un luogo di educazione alla convivialità, alla sostenibilità, al valore del cibo, al rispetto reciproco;

il tempo-mensa è anche un momento in cui si insegna la cultura alimentare e un corretto stile di vita e pertanto è da scongiurare una situazione in cui ogni alunno possa consumare un pasto diverso dall’altro e in un luogo diverso dall’altro;

il pericolo del “fai da te”, con pasti non controllati e con conseguenti problemi igienico-sanitari, è concreto; aumenta il rischio per gli studenti affetti da gravi allergie alimentari, i “codice rosso” e per quelli affetti da malattie croniche, come ad esempio la celiachia;

provvedere a un pasto in spazi divisi tra chi usufruisce del servizio mensa e chi no per la scuola comporta notevoli problemi organizzativi, sanitari e di gestione del personale;

rilevato infine che nella memoria depositata presso la 9a Commissione permanente (Agricoltura e produzione agroalimentare) del Senato il 18 gennaio 2017 in occasione dell’esame del disegno di legge AS 2037, l’ANCI ha espressamente dichiarato che” lasciare che ogni alunno si porti il pasto da casa rischia di essere un errore che come istituzioni non possiamo permetterci. In attesa di una sentenza definitiva che richiederà ancora tempo, la questione va affrontata tenendo ferma una delle condizioni fondamentali che fanno la qualità del pasto a scuola: l’aspetto del mangiare insieme, di condividere la socialità e il piacere del momento senza discriminazioni”,

si chiede di sapere se e quando il Ministro in indirizzo intenda emanare delle linee guida a livello nazionale, che colmino il vuoto normativo messo in evidenza dalle decisioni degli organi giudiziari.

(3-03475)