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Cultura

Cultura, “metti” dei giovani che riscoprono Peppino Patroni Griffi

Il regista Antonio Castaldo ripercorre l’umanità dello scrittore napoletano in un documentario girato con amici. Tra questi anche il pronipote omonimo del versatile artista
fonte: ilVelino/AGV NEWS
di Ornella Petrucci

“Qui ci vuole proprio la virgola perché il mio ‘metti’ significa ‘presupponi che’”, è Giuseppe Patroni Griffi (Napoli, 27 febbraio 1921 – Roma, 15 dicembre 2005), regista teatrale, drammaturgo, scrittore, regista e sceneggiatore, che in un filmato in bianco e nero spiega il titolo della sua commedia “Metti, una sera a cena” e che si ritrova in un documentario di giovanissimi cineasti che hanno voluto raccontarlo nella sua arte e nella sua umanità. “Metti, una sera a cena con Peppino” per la regia di Antonio Castaldo ha cominciato il tour per le principali città italiane. Il film è stato presentato il 6 febbraio in anteprima al Piccolo Eliseo di Roma (proprio dedicato a Patroni Griffi a cui fu affidata la direzione artistica), alla presenza, tra gli altri, del Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, suo grande amico che annovera anche un passato in teatro ricordato nel documentario per la regia de “La casa sull’acqua”. Tante sono le testimonianze raccolte, tra queste, parlano: l’amico Raffaele La Capria, i collaboratori Vittorio Storaro e Gabriella Pescucci, gli studiosi e critici Mariano D’Amora e Valerio Caprara, gli attori Umberto Orsini, Laura Marinoni, Mariano Rigillo, Kaspar Capparoni e Totò Onnis. “Usciamo con questo documentario dopo due anni di lavoro, con un bellissimo gruppo nato sui banchi di scuola durante un corso di regia, tutti ragazzi di 25, 26 anni. Io sono l’unico che ha avuto la sfortuna di essere un po’ più grande, quindi mi sono preso la responsabilità della regia. Però soprattutto la cosa importante è che è un lavoro di gruppo nato sui banchi”, dice al VELINO il giovane regista Antonio Castaldo, napoletano come Patroni Griffi, che si è già fatto conoscere con il documentario “Around Europe”.

Castaldo per “Metti, una sera a casa con Peppino” ha lavorato con gli amici Ilenia Amoruso, Elita Montini, Rosamaria Vaccaro (sceneggiatrici), Laura Catalano (produttrice della 8 Production, affiancata in questa lavorazione dall’Istituto Luce Cinecittà) e Giuseppe Patroni Griffi (aiuto regista, con cui già aveva lavorato in altra occasione). “Abbiamo avuto la fortuna di avere tra i nostri amici Giuseppe Patroni Griffi che è pronipote dell’omonimo a cui abbiamo dedicato questo documentario”, racconta Castaldo che cerca di spiegare il legame di parentela: “Il discorso è un po’ complicato. Il nonno di Giuseppe da parte paterna era cugino di Peppino di primo grado”. I ragazzi si sono tutti conosciuti a un corso di regia a Roma e proprio durante una cena, seduti a tavola, hanno pensato di lavorare al progetto “Metti una sera a cena con Peppino”. “Era un personaggio di cui tutti conoscevamo il nome, ma pochissimi cosa in realtà ha fatto nella sua lunghissima carriera di circa cinquant’anni. Per cui abbiamo deciso di fare questa cosa proprio perché sapevamo il nome, sapevamo l’importanza, però in fondo non lo conoscevamo così bene, per cui ci siamo immersi in questa avventura, e abbiamo scoperto che Peppino Patroni Griffi è uno che, citando anche Napolitano, nell’epoca in cui ha vissuto con quello che ha scritto, con quello che ha fatto, con quello che ha realizzato, è riuscito a dare una bella smossa al perbenismo dilagante della borghesia. Credo che se oggi possiamo parlare di temi civili in maniera così serena sia anche un po’ dovuto al fatto di aver avuto un autore così provocatorio e trasgressivo rispetto alla mentalità provinciale italiana”.

“Da napoletano posso dire – afferma Castaldo -, che è stato uno degli autori che ha raccontato Napoli in maniera molto originale. Forse perché è dovuto andar via giovane da Napoli, aveva un sentimento di amore ma anche di odio nei confronti della città. È una cosa che dice in tante commedie che lui ha scritto”. Interpellato, Massimo Ranieri dice nel documentario: “Peppino era napoletano nelle viscere”, perché questo “odi et amo” verso Napoli? La risposta per Castaldo è nell’incipit del romanzo “La morte della bellezza” che comincia così “Com’era bella Napoli quarant’anni fa” e “forse lì è la chiave di tutto, un sentimento di malinconia nei confronti di Napoli com’era prima della guerra”, sottolinea il giovane regista che ha trovato difficile racchiudere in 75 minuti la versatilità di Patroni Griffi, per cui ha operato una scelta precisa: “raccontarlo attraverso la sua umanità e la sua amicizia. Per lui le relazioni umane sono molto importanti. Secondo la sua poetica, le relazioni umane, l’amicizia, l’amore, sono il vero antidoto contro il male più grande e pericoloso che accomuna un po’ tutti gli esseri umani che è la solitudine. Per cui io credo che in fondo sia stato un personaggio che cercava di scansare questo sentimento”.

Il lavoro è cominciato nel 2015, quando ricorreva il decennale della morte di Patroni Griffi, e viene presentato ora nel 2017, curioso per un napoletano che parla di un altro napoletano: il 17 non è la disgrazia nella cabala napoletana? “Abbiamo scoperto che Patroni Griffi era molto superstizioso ma il 17 a lui portava bene”, ricorda Castaldo che sottolinea l’attualità di un autore come Patroni Griffi. “Era anticonformista per eccellenza con un senso dell’europeismo molto sviluppato. Era cresciuto in un ambiente antifascista insieme ai vari amici come Napolitano, La Capria e Rosi, tutte persone di una qualità umana di spessore. In varie interviste Patroni Griffi dichiara che lui è antifascista, in altre rispetto alla Lega dice che Napoli è la città più europea d’Italia”. E poi ne sottolinea un’altra qualità. “Nonostante sia stato un autore molto trasgressivo e provocatorio, era molto attento a non essere di cattivo gusto”.

Quando uno pensa a Peppino a Napoli e al teatro va con la mente a De Filippo, ma voi nel titolo scrivete Peppino e non Patroni Griffi come tutti lo ricordano. “Questa è stata la provocazione che ci siamo permessi noi giovani autori nei suoi confronti – afferma Castaldo -. È stata una sorta di provocazione proprio per dire che non c’è solo Peppino De Filippo, ma c’è un altro Peppino a Napoli che è altrettanto grande, non voglio fare giochi di confronto tra l’uno e l’altro, solo è stato fatto apposta per riscoprire un altro Peppino che non sia Peppino De Filippo, qualcun altro dice anche Peppino Di Capri”. Molto bella a proposito la scelta musicale del documentario… “Durante le nostre ricerche mi hanno riferito di una musicista che si chiama Cinzia Gangarella che aveva lavorato con Peppino. Al che la produttrice Laura attraverso amici è riuscita a raggiungerla, e lei ci ha raccontato che aveva dedicato dei pezzi a Peppino in amicizia. Noi li abbiamo ascoltati, ci sono piaciuti e li abbiamo adattati al documentario con un risultato sorprendente. Abbiamo deciso di usare queste musiche proprio per questo motivo, perché erano dedicate a Peppino quando era vivo Peppino e lui le ha ascoltate tra l’altro, per cui sembrava anche questa una maniera di rendergli omaggio. Poi qualcosa è stato aggiunto dopo, ma piccoli pezzi. Tra questi alcuni come ‘Munasterio ‘e Santa Chiara’ erano brani amati da Peppino”.