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Giochi e Scommesse, Giochi

Giochi, As.Tro: Operatori sanitari siano tecnici, non politici

In Italia 15.000 pazienti di Gap, metà dei quali già “multi-dipendenti” da sostanze, Stato deve farsi carico di gestire business che non può lasciare alla criminalità
fonte: ilVelino/AGV NEWS
di Redazione

“Tutti abbiamo letto il “riassunto” delle dichiarazioni rese dal dott. Jarre di Torino, intervenuto in un convegno per difendere “quella” durezza del regolamento Comunale che (“persino”) la stessa Amministrazione sta pensando di “rimodulare” (per non essere responsabile della “consegna” del gioco, e della relativa utenza, alla criminalità organizzata). L’operatore sanitario, inoltre, nel citare i dati, ed accavallando “stime di malati” con il “censimento effettivo” dei pazienti, lancia un preciso allarme: “un milione di persone sono a rischio GAP e i patologici sarebbero già 256.000” (di cui 15.000 pazienti presi in cura, mentre gli altri sono evinti non si sa come). Da ciò deriva la necessità di un contenimento delle occasioni di gioco sul territorio, che, per l’incauto “sanitario” sarebbero solo quelle “terrestri”, non avendo evidentemente dimestichezza con i dati industriali, che attestano un trend di crescita dell’online (legale e illegale) destinato a far retrocedere “il terrestre” al secondo posto della “graduatoria di raccolta” entro breve (per non parlare delle ricerche Nomisma sulle preferenze di gioco “on line” dei giovani)”. Lo sottolinea Michele Franzoso del Centro Studi AS.TRO, Assotrattenimento.

“Il danno prodotto dal “tecnico” quando fa “politica” (tale è la natura di un intervento mascherato da scientifico, ma senza dati a supporto della tesi sull’efficacia sanitaria del regolamento di Napoli a 5 mesi dal varo), è duplice – continua Franzoso -: Da un lato, si pensa (e si vuol far credere) che chi distribuisce gioco legale sia “un marziano”, un “invasore alieno” al pari di un virus scappato da una provetta. Non c’è operatore di gioco legale che esiterebbe un solo minuto a far cessare l’attività, se avesse la percezione di far (veramente) ammalare un milione di persone l’anno; perché ? per il semplice fatto che “non proviene da Marte”, è genitore, vive nello stesso territorio in cui lavora (e dà lavoro), e sa che la sua mission è presidiare il commercio dall’insinuazione di quella illegalità che, senza di lui, avrebbe la stessa strada spianata che aveva nel 2003 (quando non c’erano dati sulla ludopatia ma 25 milioni di persone giocavano “convinti” in clandestinità, rifiutando il proibizionismo statale); Dall’altro lato, si pensa (e si vuol far credere) che limitando il solo gioco terrestre, “quel milione di persone” si può salvare: e no, troppo comodo, se il gioco “legale”, “controllato”, “autorizzato dallo Stato”, rischia di far ammalare un milione di persone l’anno allora va abolito tutto e subito, senza se e senza ma; è questo che dovrebbe sostenere un “tecnico della sanità”, al cospetto di numeri iperbolici necessitanti di immediata “quarantena””.

As.Tro pertanto disconosce la “dimensione scientifica e sanitaria” dell’intervento riportato, ne rimarca la maldestra attitudine ad insinuarsi nel “patinato” dibattito “demagogico-intellettuale” sul gioco lecito, e lo qualifica come presa di posizione politica, appiattita sul “ritornello” generalizzato, che da 3 anni pretende di far assumere al gioco legale il ruolo di colpevole vicario di ogni male del Paese. Se il gioco lecito facesse veramente un milione di ammalati l’anno sarebbe il male del Paese e andrebbe abolito tutto e subito, e non “limitato a qualche ora”, perché nessun sanitario “accetterebbe e auspicherebbe” una epidemia non sconfitta in concreto, ma solo potenzialmente ed ipoteticamente ridotta del 40-50% . E allora qual è la verità? formuliamo una ipotesi, adottando un approccio laico e libero. Libero dal condizionamento etico-demagogico di dover per forza rinvenire nel gioco legale un “simulacro di equitalia”, ovvero un alibi per coloro che “sbagliano” e poi non vogliono pagare i conti dei loro errori, per sfruttare l’odiosità della riscossione coatta esercitata da uno Stato “non amato”, (al pari di “quel gioco di Stato” che la pubblicità ti spinge a praticare, ma che poi si scopre che “paga” sempre “qualcun altro”), e quindi diventare “un politico che ascolta la pancia della gente”.

Franzoso ricorda come “In Italia i giocatori sono 30 milioni, almeno (alcune ricerche ne contabilizzano 35), e ci sono 15.000 pazienti di GAP, metà dei quali già “multi-dipendenti” da sostanza e/o già “attenzionati” per condizioni sanitarie gestite con psico-farmaci. Il gioco, pertanto, ha mietuto non più di 8000 casi di “deriva” (e per milioni di altre persone è innocuo), e sicuramente costituisce uno stile di vita che non va incentivato, al pari di tutti i passatempi che non apportano un arricchimento culturale (il vero dramma del Paese è infatti la povertà culturale che tutto fa digerire alla gente, e poco le fa capire). Detto questo, e contratta all’osso la legittimità dell’attività di “promozione-pubblicità”, “lo Stato” deve farsi carico di gestire un business che non può lasciare alla criminalità, “disincentivandone” l’appeal emozionale “di massa” e oscurandolo con la promozione dei “naturali antagonisti” del divertimento “non virtuoso” (gioco – sesso non protetto – ma anche iper-tifo calcistico, ecc. ecc., in breve “ciò che ti fa sembrare grande”), ovvero cultura – sport – arte – impegno civico, lealtà fiscale, rispetto della legalità (in breve “i valori”). Il “bivio” culturale e logico dell’approccio è netto – conclude l’esponente As.tro -: si può anche pensare che le famiglie si sfaldino per colpa del divorzio, e che ci si rovina per colpa del gioco legalizzato alla luce del sole; oppure si può “puntare” su una società che abbia valori sufficientemente forti per costruire famiglie unite nel rispetto, e persone consapevoli del “valore intrinseco” del denaro. I primi contrastano divorzio e gioco legale, i secondi vogliono una società consapevole”.