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Cultura

Cinema, un ragazzo accusato di essere immorale salva la moralità

Il 19 gennaio esce “Nebbia in agosto”, il film che racconta la vera storia di Ernst Lossa, rinchiuso in un istituto psichiatrico durante il nazismo
fonte: ilVelino/AGV NEWS
di Ornella Petrucci

Un eroe bambino. Il 19 gennaio (distribuito da Good Films) esce “Nebbia in agosto” del regista tedesco Kai Wessel con Ivo Pietzcker che tre anni fa al Festival di Berlino conquistò la stampa come protagonista di “Jack” (“Dovrebbe vincere lui l’Orso”, scrisse l’Abendzeitung Munich). Anticipando la Giornata della Memoria (27 gennaio), il film racconta la storia vera del quattordicenne jenisch Ernst Lossa, che durante gli anni del nazismo dopo essere stato rifiutato da diverse case famiglia, si ritrovò in un istituto psichiatrico tedesco, uno dei tanti dove era attuato il programma nazista di eutanasia Aktion T4 per i portatori di malattie genetiche, disabilità mentali e in alcuni casi di disabilità fisiche gravi, dove purtroppo morì tentando di resistere e di aiutare i suoi compagni nel trovare la libertà. Si stima che il programma AktionT4 abbia portato alla morte di circa 200.000 individui. Nel 2008 fu pubblicato il romanzo di Robert Domes “Nebbia in Agosto”, nel quale si raccontava la storia di Ernst Lossa. L’agente inviò il libro al produttore Ulrich Limmer. “La storia mi scosse a tal punto che non riuscii più a togliermela dalla testa – dichiara Limmer -. Ogni volta che vedevo la foto di questo ragazzino, pensavo: questa storia deve essere raccontata. Era impossibile per me rinunciare a fare questo film. Lo consideravo un mio dovere verso di lui, che rappresentava così tante vittime.”

Limmer acquistò i diritti del libro e sviluppò una sceneggiatura basata su di esso. Le vittime del programma di eutanasia furono mandate nelle camere a gas, furono avvelenate o lasciate morire di fame. “Volevamo dare una voce a tutti loro – dice Limmer -. Queste persone si trovavano in strutture ideate per aiutarle; invece furono uccise.” Il punto focale è il destino del ragazzino, che venne emarginato a causa dei suoi problemi comportamentali, ma che ebbe il coraggio di aiutare gli altri anche nel momento in cui lui stesso rischiava la morte. “La sua storia è commovente, disturbante e vergognosa – dice Limmer -. In tempi in cui i diritti umani furono calpestati, lui seguì i suoi istinti di bambino. Di tutte le persone, fu proprio un ragazzo accusato di essere immorale a salvare la moralità. In questa struttura psichiatrica iniziò a prendersi cura di coloro che avevano bisogno di aiuto ed erano ancora più deboli e senza speranza di quanto non fosse lui. Nel corso del tempo divenne sempre più una spina nel fianco della direzione della struttura e, alla fine, gli fu praticata l’eutanasia (per usare l’espressione ufficiale dell’epoca) in altre parole, fu assassinato.”

Ernst Lossa nacque nel novembre del 1929. Sua madre morì nel 1933 e nel 1936 suo padre fu mandato nel campo di concentramento di Dachau. Venne liberato tre anni dopo ma a causa del suo stile di vita nomade e per la sua origine Jenish, nel 1941 fu trasferito nel campo di concentramento di Flossenbürg, dove morì un anno dopo. Ernst Lossa fu mandato in un orfanotrofio ad Augsburg-Hochzoll, assieme alle sue due sorelle. Nel febbraio del 1940, fu trasferito nel carcere minorile di Indersdorf, vicino a Dachau e poiché era considerato un bambino difficile all’inizio del 1942 fu trasferito nell’ospedale psichiatrico di Kaufbeuren, dove fu ucciso il 9 agosto del 1944. Quando gli investigatori americani interrogarono gli impiegati dell’ospedale nell’ambito della loro inchiesta sui segreti dell’Ospedale Psichiatrico di Kaufbeuren, chiesero specificatamente cosa fosse successo al ragazzo allo scopo di documentare gli eventi. Le sorti di Ernst giocarono un ruolo chiave nel processo del Dottor Valentin Faltlhauser e sulla stampa furono pubblicati degli articoli molto dettagliati su questo caso. Secondo le dichiarazioni degli impiegati, tutti volevano bene a Ernst Lossa, nonostante la sua occasionale condotta problematica. Era un ragazzo dolce, sempre pronto ad aiutare gli altri e molti raccontavano che era a conoscenza degli omicidi che avvenivano nell’ospedale, e che aveva inoltre cercato più volte di offrire il cibo, che lui stesso aveva rubato dalla dispensa, agli affamati e ai malati. Fu questa sua forma di “ribellione” che indusse i medici e i dirigenti dell’ospedale a decidere di ucciderlo.

Il film racconta la storia di Ernst Lossa, ma non vengono nominati altri nomi di personaggi o di luoghi reali. “Abbiamo appositamente scelto di non raccontare la storia in maniera documentaristica – afferma il regista Kai Wessel -, ma piuttosto di concentrarci su una situazione individuale ed esemplare. Questo ci permette di diffondere la conoscenza dell’esistenza degli ospedali psichiatrici nazisti, delle condizioni di vita dei loro pazienti, oltre che di altri fatti storici. Per questa ragione abbiamo dovuto cambiare i nomi delle persone realmente vissute, anche se queste conservano sempre un’eco nei nostri personaggi”. L’attualità di raccontare la storia di Ernst Lossa? “Credo che valga la pena sollevare certe questioni – dice ancora Wessel -. perché sono una tematica latente nella nostra società, anche se se ne parla poco. Possiamo tentare di dare a questo tema una rilevanza sociale, in modo che ogni questione relativa al programma di eutanasia nazista possa essere sollevata: Come è potuto accadere? Quali sono le conseguenze? Quanto sono ancora rilevanti oggi? Credo che il Socialismo nazionale sia la ragione per la quale facciamo così tanta fatica oggi a parlare di questioni come il suicidio assistito. Le altre società riescono a parlarne più liberamente”. Il film solleva anche la questione di come una società affronta il tema della disabilità e della diversità. “Dovremmo – aggiunge il regista – rifletterci sopra e chiederci come definiamo la normalità oggi, e come trattiamo coloro che, per ragioni diverse, non rientrano nella categoria di ciò che è considerata la normalità. I criteri della disabilità sono casuali e opinabili. Impossibilità di lavorare e incapacità di svolgere alcune attività sono tutt’oggi degli standard validi. Il film ci chiede di non vedere la disabilità come un’inadeguatezza, ma come una diversità che dovremmo proteggere e sostenere”.